Ulisse e il folle volo

 

1. L’Ulisse di Dante

L’eroe omerico viene rivisitato da Dante con significative variazioni, allo scopo di illustrare una tematica centrale nella Divina Commedia ed a lui molto vicina, il desiderio di conoscenza.

In rapporto al pellegrino, passato per l’Inferno allo scopo di liberarsi dal peso della identificazione egoica, Ulisse appare come un eroe negativo, una controfigura dannata della salvezza di Dante.

Re di Itaca, figlio di Laerte e di Anticlèa, figlia di Autòlico, a sua volta figlio di Ermes, ascendente divino di cui Odisseo eredita non pochi tratti caratteriali. Le testimonianze post omeriche ne fanno talora un figlio dell’astuto Sisifo, che avrebbe ingravidato Anticlèa un giorno prima del suo matrimonio con Laerte (per esempio VirgilioEneide VI 529; Ovidio, Metamorfosi XIII 31 s.

Odisseo è per eccellenza il polúmetis, l’uomo «molto astuto», maestro di inganni, menzogne e raggiri, in tutto rispondente al tipo del trickster (il ‘briccone’ rituale), come del resto il nonno Ermes. [1]

1. Ottavo cerchio, ottava  bolgia

Posto  con i consiglieri fraudolenti, ossia condottieri e politici che non agirono con le armi e con il coraggio personale ma con l’acutezza spregiudicata dell’ingegno, la grande figura tragica di Ulisse campeggia su questo canto.[2]

Il canto prende avvio  con una critica alla altezzosità di Fiorenze, testimoniata dalla targa sul palazzo del Bargello, dove si diceva che  “erano allora i Fiorentini sparti molto fuor di Fiorenza per diverse parti del mondo, ed erano in mare e in terra, di che forse li fiorentini se ne gloriavano”.

I due pellegrini stanno discendendo i gironi di Malebolge, e in particolare visiteranno adesso l’ottava bolgia di questo ottavo cerchio.

Il canto reinventa il viaggio omerico  di Odisseo, da Gaeta al monte purgatorio nell’altro emisfero, nel “mondo sanza gente” che  termina tragicamente,  all’inferno, prigione etterna e tomba.

Il messaggio morale del canto è che  sebbene l’ingegno sia un dono di Dio, il desiderio di conoscenza può portare alla perdizione, se non è guidato dalla virtù cristiana.[3]

Giunti sul ponticello che sovrasta la bolgia ottava,  Dante ci racconta di avere provato  un grandissimo dolore nel vedere le pene di questa bolgia,  grande a tal punto da indurlo a tenere a freno l’ingegno perché non superi i limiti della virtù. Egli spera che l’influenza degli astri (“stella bona”) o la grazia divina (“miglior cosa”), che lo accompagnano non gli vengano meno a causa  di una azione dell’intelletto mal guidato. Da  qui la necessità di affrenare l’ingegno e contenerlo nei limiti di una norma, religiosa, sacra.[4]

I due viandanti scorgono fiammelle nella vallea, che rinchiudono peccatori.

Trovo molto interessante il fatto che questa anime siano rinchiuse in un fuoco.

Le fiamme di questa regione di inferno bruciano in una regione dove quasi, solo un cerchio più in basso, si gela. Cocito infatti, il cerchio nono, è tutto ghiacciato dal vento che Lucifero  produce con le sue sei ali, serafino decaduto, e nella ghiaccia delle sue quattro regioni racchiude i dannati come pagliuzze nel vetro, gelati e bloccati fuori e dentro. 

Le anime dell’ottavo cerchio vengono invece presentate avvolte da una veste di fuoco, ma dentro sono fredde all’amore, al principio  di riunificazione con Dio, sono avverse a quella logica, come Lucifero.

La passione che le ha animate in vita, ed ancora  percepibile  nel regno dei morti, è un fuoco che tormenta, ma non li scalda, che li rapisce ma non li salva, che parla ma di un viaggio   che non  raggiunge la meta, un fuoco diviso in sé e da Dio, che non  trasforma i loro cuori.

Ciascuna fiamma si muove racchiudendo in sé un peccatore, imprigionandolo, ma anche al contempo involandolo, ossia portandolo via come in volo. Ulisse è ancora qui nel folle volo.

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ‘l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.»

2. Il peccato di Ulisse

La bolgia punisce i consiglieri fraudolenti, che hanno usato il loro ingegno consapevolmente per  consigliare male il prossimo. Ulisse ha qualche buona ragione per essere accomunato a costoro.

Egli ha in effetti dato il consiglio fraudolente per il quale   si poté entrare in Troia,  ed ingegnosamente smascherato Achille dal suo nascondiglio per  portarlo a combattere  a Troia[5];  davvero  con Diomede fu il responsabile del furto del Palladio e con lui  nella fiamma si trova ora rinchiuso. 

Tuttavia  il peccato, la caduta di Ulisse di cui si occupa Dante per tutto il canto è di altra natura, da quello di altri peccatori di questa bolgia, come testimoniato dal racconto, e ci consente di fare riflessioni più ampie, che riguardano l’inferno nel suo complesso.

Si tratta di un peccato che descrive da vicino Lucifero stesso, “lo imperador del doloroso regno”, e  che Dante sente molto vicina come possibilità. Lo vedremo emergere lungo il racconto.

È un peccato di malizia, certo, dovuto all’ingegno non  frenato dalla virtù del cielo ma al servizio  di sé stessi, e ciò  porta ad una divisione tra gli uomini. Ma l’ingegno qui non è usato male per danneggiare il prossimo, poiché alla fine è Ulisse e i suoi che subiscono il danno.

È l’inganno che la mente astuta stessa manifesta, la possibilità di usare fino in fondo questo strumento per la massima meta umana, conoscere, conoscere tutto.

Lo stesso peccato di Adamo ed Eva, conoscere il bene ed il male,  divenire come Dio.

Cosa che va ben al di la di un consiglio fraudolento.

I consiglieri fraudolenti danno consigli che non hanno morale, non frenano davanti al diritto di giustizia, rispetto e verità, come arma subdola, impropria scardinano, vincono, tradiscono, la loro logica è che il fine giustifica i mezzi. Purché pero qualcosa giustifichi i alfine….

Come possono queste anime fredde vivere in un fuoco senza scongelarsi?  È certo può sembrare che l’Ulisse di Dante sia una anima passionale, animata da sacro fuoco,  ed è presentata come un’anima ardente. Ci vuole passione, per osare  di superare ogni limite, come fece il nostro eroe negativo; ci vuole passione per combattere una guerra per nove anni, per desiderare piu di ogni altra cosa, più dei piu cari affetti, di andare oltre, di rischiare tutto, di volare oltre; un folle volo.

Ma che tipo  di fuoco lo animava, ci chiediamo allora.  Un fuoco ingannevole. Ghiaccio bollente.

L’inganno della mente è la base del peccato di questa bolgia, l’inganno con il quale Ulisse  vuole ingannare Dio stesso, giungendo al paradiso terrestre, dopo che  dal tempo di Adamo nessuno vi aveva mai piu messo piede,  senza permesso divino, dandosi l’autorizzazione da solo.

L’inganno inoltre è rivolto anche ai danni dei suoi compagni, che infine trascinerà con sé nella sciagura.

Ed ancora  l’inganno si rivolge anche ai legami sacri familiari, alla patria, per questa passione, ai danni di ogni norma morale.

Questo matrimonio con un ingegno disposto a  tutto indica una fredda lungimiranza, priva di empatia ed umanità, una logica diabolica di potere e di successo. L’ardore che anima Ulisse, di conoscere il bene ed il male, non è un ardore d’amore ma di potere.

Il tema è di estrema attualità, in un mondo sempre piu dominato da poteri forti sprezzanti dell’unione tra i fratelli sotto lo stesso cielo, dalla Intelligenza artificiale che incanta e tradisce la salute e legami tra gli uomini, dove il danaro è separato da lavoro, la materia dalla spirito.

È un  fuoco che  non riscalda, rischiara appena la notte,  a testimonianza ed a monito per le anime dannate.

L’unica fiamma contiene due peccatori, non li riunifica se non per la pena, ma  li tormenta, come tormentata è  la punta di fiamma che inizia a raccontare la tragedia di questa odissea, tormentante e doppia, divisa in sé stessa:

Oh voi che siete due dentro ad un foco … 

La  fiamma doppia gli ricorda Eteocle e suo fratello Polinice. In Stazio e in Lucano si racconta che anche le fiamme della pira su cui bruciavano i loro corpi si divisero in due, come se continuassero ad odiarsi anche dopo la morte, un odio eterno.

Il nome  Odisseo pare significhi proprio questo:  colui che è odiato.[6] Il nome Ulisse invece significherebbe  colui che è ferito all’anca, epiteto formato da due parole in riferimento a una ferita riportata alla coscia in una battuta di caccia al cinghiale. [7] 

La ferita dell’anima o del corpo, da parte dell’odio (Osho sosteneva che l’opposto dell’amore non fosse la paura, bensì l’odio), la ferita che Lucifero personifica e infligge alla anima altrui riguarda la separazione. Questa. è morte, odio per la vita e per l’amore, rifiuto, dolore.

Ulisse è ferito nell’anima, è una anima dentro cui c’è la morte.

Come sia poi morto Ulisse non è chiaro, nell’Odissea.

Pare inoltre che  Dante non avesse letto Omero nell’originale, non conoscendo probabilmente il greco,  ma conoscendo le traduzioni in latino. Certo è che nella trasposizione dantesca, l’eroe tragico di Itaca muore al divino, alla luce.

Il suo ego è annientato, ucciso, la sua anima perduta, il suo corpo bruciato nella separazione da sé stesso. Questo forse è il significato di trovarsi nel fuoco con uno come lui, Diomede.

Virgilio  lo invita a restare, a fermarsi, ad essere visto ed ascoltato  in un momento di riposo, fuori dal tormento. La fiamma infatti tormentata dal vento, dal fiato che esce per parlare con quella lingua, lingua che  ripete il tormento ed a cui Ulisse stesso assiste come un cronista, senza riscaldarsi, attonito.

L’energia si muove in su come una fiamma, la quale mena tutte queste anime. Ma il fuoco infernale, l’energia che muove tutto nell’universo, è la energia spiraliforme   della Kundalini,  e che muove quindi ogni altra anima, ad esempio  quelle di  Paolo Francesca. Anche in quel caso la tormenta posa un attimo, e il dialogo si svolge fuori dalla fretta, dalla pena, dalla confusione, in un silenzio dove  il racconto e la tragedia si amplificano.

È sempre come  un fuoco che li rapisce, che se li  porta via  contro la loro volontà, come contrappasso,  e li  travaglia, e li affatica. v

Virgilio così interpella i dannati:

non vi movete; ma l’un di voi dica

dove, per lui, perduto a morir gissi»

Ed ecco che inizia la voce del racconto, voce che sorge  come da ventriloquo, come da fiamma che parla, e non da persona che sia ancora in grado di dire qualcosa di sé.

Anche nella dannazione, Ulisse è  maggiore, superiore, al suo compagno di pena:

“Lo maggior corno della fiamma antica

comincio a crollarsi mormorando

pur come quella cui vento affatica

indi la cima qua e la mendando

come fosse la lingua che parlasse

gittò voce di fuori, e disse “Quando” …”

3. Il viaggio di Ulisse

Il racconto prende avvio da un tempo ed un luogo di perdizione,  da Circe.

Un anno e piu, un ciclo completo di tempo. Gaeta prende il nome da Caieta, la amorevole nutrice di Enea, morta e colà sepolta. Quindi un luogo di morte per il pio Enea, di una madre buona. Morte dell’amore, ossia un luogo di un femminile di morte, di una maga che uccide l’anima, che imprigiona  gli uomini suoi prigionieri trasformandoli in corpi animali, signora di una grotta tenebrosa quale  la voragine di Lucifero.

Circe, secondo una tradizione, è figlia del Giorno e della Notte.

Dante parte dal fatto che Ulisse era già un dannato prima di cominciare il suo viaggio dannato. La storia ci dice che egli era gia soggetto a questa forza erotica discendente, ed aveva persino, pare, concepito un figlio con lei. In una versione dell’opera omerica , questo figlio, di nome  Telegono, alla fine  lo ucciderà non riconoscendolo.[8]

Partire da Circe tuttavia sarà come portare Circe con sé. E non è l’amore che  guida Ulisse,  non quello per la maga amante, non l’amore per i familiari (padre, figlio e moglie) lo guidano.

Al contrario, il nostro eroe non terrà conto alcuno di amore e saggezza, e  sarà portato via dal vento della superbia, dell’avidità, dal desiderio di tutto conoscere, di essere come Adamo dopo l’incontro col serpente, come Dio.

“né dolcezza di figlio, né la pieta

del vecchio padre, né ’l debito amore

lo qual dovea Penelopé far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore

ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,

e de li vizi umani e del valore”;

Quindi Ulisse è attratto dalla passione ardente di conoscere il fondo  del pozzo, de li vizi umani, come dire la radice del peccato nell’uomo, il suo lato diabolico. Un versante umano senza cuore, senza luce, conoscere  ogni vizio umano, come anche ogni  valore umano.

Insomma conoscere quello che l’uomo può realizzare, visitare gli estremi suoi limiti, che lo confinano di qua dall’infinito, limiti che Ulisse  desidera ardentemente superare.

Non è certo “tutto io posso in colui che mi sostiene”,  o “tutto il potere viene da Dio”, o “io sono la matita di Dio”. Ma piuttosto: io farò quel che voglio io, e meglio di Dio.

Nulla, dice, lo poteva trattenere piu, nemmeno Circe, col suo potere, nemmeno i buoni propositi  di amore per i suoi cari, nemmeno Gesù Cristo lo poteva fermare.

Così da  il suo assenso al suo demone:

“ma misi me per l’alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

picciola… “ 

Il mare è gia di per sé senza confini,  e poi è cosi alto, cosi ampio.  Omero  dice: “sul dorso ampio del mare”

La grandezza che egli  sormonta è la smisurata ambizione del suo ego; egli è gia divenuto infinito in questo partire  e proseguire, direi  in quel perseverare diabolico.

Un uomo piccolo, vecchio, lento,  di fronte al grande mare aperto armato solo di una barchetta, con pochi compagni macilenti.  Ma come lui animati dalla stesso ardore.

Il famoso  discorso che tiene ai suoi compagni fa  appello alla solidarietà: non negatemi la vostra adesione. E per ottenere questo assenso, si rivolge a qualcosa che in ciascuno  alberga, il desiderio di esser superiore agli altri uomini, a sentirsi superiori.

«”O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.»

Ora, la semenza potrebbe esser intesa nel senso di sperma, di liquido fecondativo, igneo, che da la vita, come  fa il creatore della vita.

Tuttavia seme indica anche l’origine, da cui  ogni cosa nasce; ed Ulisse chiede di considerare, di rivolgere attenzione passione e desiderio verso questa origine, in fondo verso Dio stesso.

Questa conoscenza trascendente fa uscire l’uomo dalla condizione di  bruto, dall’animale circeo, da cui  da poco lasciando Circe si erano  liberati.

L’eroe, il vero superuomo, seguirà la propria  legge, [10]  con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima, con tutta la sua mente. In altre parole, con tutto sé stesso.

Questo discorsetto giustifica, ci da un alibi, per una partenza irrinunciabile, già decisa prima del discorso, carte false. Ulisse  non avrebbe potuto infiammare i loro cuori, già volevano andare, “a stento li avrei potuto trattenere”, dice.

Il viaggio si svolge dapprima  con dei punti di riferimento, a destra ed a sinistra, andando verso la strettoia, che apre poi all’infinito oceano. [11]

Siviglia, Ceuta, la Sardegna, così come  altre località mitiche e magiche incontrate, fanno ancora parte di un viaggio dove ci sono ancora anime vive, sebbene di un altro mondo, come  Polifemo, Circe e gli altri.

Ma dopo  quella porta, il silenzio  per lunghi mesi, un silenzio spettrale, in un deserto marino dove  non c’è anima viva. Non c’è vita, non ci sono le persone.

Le colonne d’Ercole sono una foce stretta, un monito, acciò che l’uomo piu oltre non si metta.

Superato il confine erculeo, superata la foce stretta, che  persino l’uomo piu forte del mondo  consigliava di rispettare, ci inoltriamo davvero di più in un specie di altro mondo.

Una foce stretta,  lo stretto di Gibilterra, una porta, e  un monito,

“dove Ercole fermò li suoi riguardi/

acciò che l’uom piu oltre non si metta”.

A questo punto nel silenzio, non c’è piu nulla da vedere, ed il mondo è deserto, è sanza gente, non c’è nessuno.

Dopo 5 mesi di navigazione essi si inoltrano verso la terra dell’ombra, dove  tramonta, muore il sole; e verso sud, attraversando l’equatore,  sotto il cielo dell’emisfero australe[12].

Qui accade la tragedia: la felicità  di giungere in vista di una montagna tanto alta quanto nessun’altra vista mai, di arrivare alla meta, si trasforma subitamente in pianto.

Infatti un turbo, un turbine, un tornado, un vento fortissimo parte dalla montagna da poco scoperta, ed investe frontalmente l’imbarcazione, facendola girare  per tre volte su sé stesa, fino a che la prua  si rivolse in giù, la poppa in su, e la nave fu sommersa dal mare:

” Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,

infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso»

Tomba e discesa, termine inappellabile, la chiusa del canto e del viaggio di Ulisse indicano un giudizio divino che  nega la via della salvezza a chi non abbia ancora rinunciato a sé stesso.

4. Ulisse eroe o peccatore

Ulisse ci racconta sin dal principio soprattutto. del fuoco, della passione bruciante di andare fino in fondo, oltre ogni limite, di perdersi nell’infinito, nel senza limite della conoscenza, di quella conoscenza trascendente cha caratterizza la conoscenza superiore.

Egli così non avrà scrupolo, ma anzi desiderio di superare il confine,  segnato dalle colonne d’ercole tra il mare nostrum ed il mare oscuro, l’atlantico, infinito e deserto.

E lo farà  con tutti i suoi limiti, con una piccola barca e pochi compagni.

Sappiamo del suo viaggio per fare esperienza del mondo sanza gente verso occidente, finché si imbatterà nella montagna del purgatorio, della sua gioia di giungere dove nessuno dopo Adamo aveva  mai più osto il piede, e del suo pianto, per la divina reazione che decide definitivamente di fermarlo ed inabissarlo.

Dell’Ulisse omerico Dante conosceva poco, del  suo viaggio verso l’estremo Occidente, verso le  porte dell’Ade.

Diverse le fortune del personaggio nel tempo:

Odisseo non godrà di buona fama presso i tragici (tanto Sofocle nel Filottete, quanto Euripide nell’Ifigenia in Aulide e nell’Ecuba, ne enfatizzano i tratti di astuto, vile e spregiudicato ingannatore; nell’Aiace di Sofocle egli è tuttavia il solo a sostenere la causa di Teucro, che vorrebbe vedere onorevolmente sepolto il fratellastro, che di Odisseo fu acerrimo rivale); con le filosofie tardo-classiche ed ellenistiche Odisseo diventerà l’emblema dell’intelligenza e della determinazione, secondo una linea che sarà sviluppata dai cristiani e farà dell’eroe il simbolo dell’uomo che resiste alle tentazioni mondane[13]

Ulisse è il prototipo mitico della tragica ambiguità dell’uomo, e   va soggetto da sempre a valutazione ambigue.

Due le principali versioni[14]:

Un tipo di Ulisse, cinica canaglia che dopo 10 anni di guerre e altri 10 post bellici di bighellonaggi, invece di tornar a casa da figlio moglie e padre,  infatuato dalla smania senile di provarle tutte, violando ogni limite e mistero,  convince i suoi stracchi compagni   della demenziale  impresa, finche non si imbatte nel monte purgatorio al centro dell’Oceano;  dai tempi di Adamo persona viva nessuno vi era piu stato, e cercare di arrivarci cosi è abuso di  orgoglio,  e Dio punisce Ulisse come merita.

Un altro, incompatibile, di un magnanimo, che ha anche ordito inganni, che sconta, ma poi acceso dalla insaziabile passione di sapere e sapienza, rinuncia a tutto, padre figlio e moglie, e si inoltra, non per curiosità ma per esperire,  nell’eccesso di sé, una ascesi umanistica, per sentire l’impronta di Dio. Ma, essendo senza la Grazia, ecco che sconta con una morte di eroe la sua solitaria grandezza d’animo.

La dantistica piu recente propende piu per il secondo ritratto

5. Ulisse dantesco e Ulisse omerico

Due aspetti caratterizzano l’Ulisse dantesco.

-Il primo è l‘astuzia che gli ha meritato la collocazione nella bolgia dei fraudolenti;

-l’altro è il coraggio messo al servizio della conoscenza: l’errore sta nel percorrere questa strada senza la guida divina, il che comporta una gioia di breve durata (“Noi ci allegrammo e tosto tornò in pianto”, v. 136).

L’Ulisse di Dante non è l’eroe omerico del ritorno alla patria e alla famiglia: il suo racconto comincia dal momento in cui vince le arti seduttrici della maga Circe fino al folle volo passate le colonne d’Ercole. Non ignora gli affetti familiari, ma questi non lo sviano dal suo bisogno di conoscenza.

In Dante Ulisse chiama i compagni “fratelli” e li incita ad interrogarsi sul senso della vita, a non privarsi nell’ultima parte dell’esistenza della possibilità di continuare a conoscere, mentre l’Ulisse di Omero si preoccupava dei compagni e aveva nei loro confronti un rapporto più protettivo: voleva preservarli dai pericoli e perciò spiegò loro come difendersi dal canto ammaliatore delle sirene.

Dante condivideva e sicuramente non disapprovava l’amore per la conoscenza che arde in Ulisse,

come si evince fin dalla prima frase del Convivio: «Tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere». Egli arriva a pregare Virgilio ben cinque volte di  fermarsi a parlare con le due anime nella fiamma:

«S’ei posson dentro da quelle faville 
parlar», diss’io, «maestro, assai ten priego 
e ripriego, che ’l priego vaglia mille,                              66

che non mi facci de l’attender niego 
fin che la fiamma cornuta qua vegna; 
vedi che del disio ver’ lei mi piego!».

6. Dante e Ulisse

Un parallelismo a questo punto si può istituire tra Dante e Ulisse: entrambi viaggiano spinti dall’ardore di conoscenza, entrambi si sono perduti (v. 3 del canto I: «ché la diritta via era smarrita»; vv. 83-84 di questo canto: «ma l’un di voi dica / dove per lui perduto a morir gissi»).

Ulisse non conosce questa grazia e rimane confinato entro la sfera puramente terrena, sensibile, del sapere: v. 115, «de’ nostri sensi», e soprattutto vv. 97-99, «l’ardore / ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto / e delli vizi umani e del valore»:

non vi è in lui nessuna tensione etica, morale, che rivolga la conoscenza verso un fine giusto (anzi, essa rimane sempre fine a sé stessa), e il suo desiderio diventa perciò negativo, tanto più che egli coinvolge in questo male i suoi compagni.

Dante al contrario è guidato, consigliato, accompagnato dalla Grazia, anche nella figura di Virgilio inviato dall’amore celeste (le tre donne del ciel che curan di lui nel cielo),

Il poeta  è invitato da Virgilio a tenere altro viaggio, non quello con l’ego di superare l’ego; e cosi passando pe  una morte iniziatica, fuoriesce alla luce legittimamente.

Ulisse al contrario non tiene altro viaggio, Dice di si, e usa male la ragione di cui tanto è dotato   dal cielo. Al contrari, egli impiega  la ragione identificata con l’ego per  travolgere le porte del cielo. Egli  tiene non “altro viaggio”, bensì il viaggio che  la sua bramosia  gli consiglia, e che lui asseconda. 

Ma le porte del cielo subiscono violenza, dice Dante in un passaggio del paradiso,[15] solo per amore e speranza, non aprono a coloro animati da competizione ed arroganza.

Ulisse  è l’eroe negativo, la controfigura di Dante, la parte dannata e dannosa della ricerca luciferica di giungere al tutto, senza perdere nulla.

Dante  indica qui l’importanza che lui stesso dava alla conoscenza, che non ha né età né limiti: gli affetti più grandi non sono riusciti a vincere nell’animo di Ulisse il desiderio di conoscenza,

Ma di quale conoscenza si tratta?

Dante considerava la ricerca e il conseguimento delle virtu’ e della conoscenza, cioè del sapere trascendente la vera ragione dell’esistenza umana.

L’ansia di ricerca e di conquista di umane cose, spinta all’estremo limite, che nella tradizione antica costituiva la peculiarità positiva dell’eroe omerico, in Dante diventa il peccato che condanna l’eroe 

Il racconto mostra dunque la debolezza dell’ingegno umano, abbandonato alle sue sole forze, privo della guida teologica della Grazia.

-Al “folle” viaggio di Ulisse si contrappone il viaggio “sacro” di Dante.

-Al modello umano e immanente del viaggio “orizzontale” di Ulisse, si contrappone il modello sovrumano e trascendente del viaggio “verticale” di Dante;

il primo (di tradizione classica e “scientifica”) tende all’allargamento illimitato dei confini del conoscere,

il secondo (di tradizione ebraico-cristiana e teologica) tende a cogliere il significato universale e spirituale della vita.

2. Considerazioni anagogiche sul  canto di Ulisse

1. Intelligenza

Perché conoscer Dio, questa è sapienza

Schivare il male, questa è intelligenza

Giobbe, 28, 28.

Queste parole bibliche sono di particolare attualità oggi. Nel mondo moderno, dominato da un intelligenza fredda e senza anima, questo monito sembra particolarmente  adatto e urgente[16]

In questo canto si affronta il tema che nell’illuminazione è centrale: la rinuncia a Satana, nel campo della conoscenza, il tema del potere della superbia, della arroganza, della mente onnipotente,

Ulisse dice: io arriverò alla salvezza, unione, per la via della conoscenza. Questa è la colpa.

Anche per Virgilio in fondo, si tratta di un incontro significativo, svolgendo egli la parte della ragione che illumina il cammino per Dante; forse questo è il vero motivo per il quale  chiede di parlare lui al posto di Dante. 

In senso anagogico, comprendere davvero riguarda l’andare dentro, Intus ire, intuire; si tratta della visione che viene dai centri di coscienza superiori, dal sesto (Soli-Lunare) e dal settimo chakra (la candida rosa, il fiore dei mille petali del buddismo), non dal quinto chakra (Mercurio). Il vero comprendere deriva dal risveglio, e dal movimento purificatorio della Shakti Kundalini nel sistema sottile. Tutto quello che comprendiamo davvero è perché la coscienza addormentata si è risvegliata con il bacio del principio solare.

2. Allinearsi con la volontà al divino

Il fuoco che affatica le anime è Kundalini, una forza che li tormenta, che è  ego distonica.

Come ghiaccio in acqua  bollente, i peccatori aderiscono al principio luciferico di opposizione, di separazione, e  resistono alla fiamma, sono divisi dalla fiamma, nella fiamma. Una fiamma che per il principio del contrappasso non li unisce ma li punisce, proprio loro che volevano dividere e vincere cosi con la loro mente, ciò che invece doveva  essere  mantenuto integro e rispettato, e che viene tradito dalla mente furba. 

Ora loro  sono due dentro ad un foco solo, e  i corni della fiamma testimoniano la duplicità diabolica di quella mancanza di calore nel loro cuore.

Questo “due dentro ad un foco” è il contrario di ciò che serve per passare la porta stretta.

L’ingresso di cui si parla, la foce stretta è  l’ingresso in Sushumna, il canale centrale, la diritta via per la salvezza, per il settimo cielo, settimo chakra.

Occorre fare di due uno, non di uno due.

Per questa ragione, non essendo questi spiriti ribelli  allineati con la forza che si attiva, e che poi li investe  vengono travolti, muoiono diciamo così.

Nella narrazione, quando giungono in vicinanza della “radice” del monte purgatorio, accade  quello che deve accadere. Kundalini si muove dalla radice  dell’albero dei chakra, da Muladhara chakra, accade un risveglio in quel silenzio di navigazione, e la forza inizia a spingere per  la salita al sacro monte.

La Kundalini  in terra come abbiamo visto in inferno spinge  con un moto  di srotolamento, essendo lei avvolta (Kundalini significa proprio avvolta in tre spire e mezzo.

Ebbene il risveglio e l’attivazione della Kundalini agiscono sull’ego-imbarcazione per portarla in su, in alto,  per risalire il monte fino al settimo cielo.

Tuttavia, lo srotolamento di Kundalini incontra nel caso di Ulisse un mezzo ancora ancorato in basso, non dis identificato dall’ego,  non incontra  una disposizione a dire di si.

Questo sganciarsi dall’ipnosi di Lucifero, che oscura l’ego, era richiesto con il viaggio all’inferno, viaggio che Dante pellegrino fa, e che Ulisse  in maniera arrogante invece non fa.  

La Kundalini se avesse incontrato il si, nel suo girare con tutte l’acque avrebbe finito con l’andare in su, e non per inabissarsi.

Il “turbo” così incontra   una coscienza ancora identificata con l’avversario, col diavolo, col due, ed a questo punto  la forza del cielo travolge questa arroganza, e distrugge la torre di Babele, la perseveranza nel peccato (come in Sodoma e Gomorra), e vince.

In maniera analoga, questo viaggio e processo era stato prefigurato nell’avvio dell’opera, nel secondo canto di Inferno, il canto del dubbio.

Al momento di partire davvero, egli viene assalito da un dubbio, una divisione interna, un ostacolo: egli si chiede se il suo viaggio non sarebbe “folle”, se non fosse un folle volo quello di  cercare di giungere al cielo da vivo.

È questo infatti proprio il problema di Ulisse, che non si rende conto che  questo viaggio è possibile solo se voluto dal cielo, non da un desiderio egoico per quanto elevato di acquisizione personale.

L’identificazione personale quindi sarebbe l’ostacolo per il viaggio, il non esser morti alla persona: la persona divide dalla coscienza dal vero sé, dalla sua vera natura, separazione sanata in principio , in capo a tutto, da quel mi ritrovai, che non riguarda Dante ma il vero Sé appunto.

Nel secondo canto così, dopo  il chiarimento di Virgilio che il motore del viaggio è Beatrice, quel dubbio, separazione, blocco scompare, l’energia ricomincia a scorrere nei chakra[17] il cuore si riempie di fuoco. Il canto si risolve in un finale dove  “un sol volere è d’ambedue”, e nel riconoscimento della guida “tu duca, tu signore e tu maestro”.

Cosi la fine del secondo canto,  ben diverso da questa chiusa del canto di Ulisse, sarà una unificazione, una partenza per la salvezza.

Essi superano senza ostacolo, fatica, senza dubbio la porta, perché accettano di scendere, mentre Ulisse vuole solo salire senza prima essere sceso.

Il  movimento di Virgilio e Dante è comune, la porta viene attraversata  dal discepolo perché non è disgiunto dal maestro, ed entrambi sono portati da una forza superiore alla volontà individuale:[18]

“cosi gli dissi e poi che mosso fue

intrai per lo cammino alto e silvestro”

3. Conoscere Dio, questa è sapienza

San Paolo in una lettera sostiene che la vera conoscenza deriva dallo spirito superiore[19]

La semenza nel senso dello sperma, o di ciò che da origine all’uomo, ossia  Dio stesso, e noi siamo suoi figli in senso stretto e non stretto.

Il significato anagogico di questa conoscenza è la conoscenza dell’origine,  è quel “Conosci te stesso”  richiesto dall’oracolo di Apollo a Delfi,  è quell’indagine sul  “Chi siete voi”  che Catone consiglia sulla piaggia del Purgatorio appena usciti dall’inferno, e che i maestri della non dualità antichi e moderni[20]  mettono al primo posto, come anche viene detto

“Considerate la vostra semenza

Fatti non foste a viver come bruti

Ma per seguir virtute e conoscenza”

La virtù è la buona disposizione dell’amore, della compassione, della unione,  della legge  che sostiene che tutto è Uno, e di amare il prossimo come noi stessi, ossia comprendere che non siamo separati, siamo la stessa cosa. Questo vero comprendere è necessario per volare.

Conoscere davvero, anche questo è necessario per tornare all’Uno, come dice Ulisse: conoscere tutto, conoscere il tutto, ed anche il tutto che conosce ciascuno, ciascuna delle sue parti

Quindi se davvero  ami, capisci, e se davvero capisci, certamente anche ami.

Sono come le due ali di una colomba, dicono in India, se le due ali non sono equilibrate  la colomba non andrà in avanti ma devierà sempre più ed infine tornerà indietro.

La conoscenza vera, che in Dante cresce lungo il cammino, si compie del tutto solo nella sua fusione con Dio nel 33° di Paradiso:

“ma già volgea il mio disio e il velle

si come ruota ch’igualmente è mossa

l’amor che move il sole e le altre stelle!”

In senso anagogico, l’immagine che ci viene proposta, dopo avere asserito che anche l’alta fantasia qui non ha più il potere (possa) di rappresentare alcunché, è quella di un cerchio e di un centro, una ruota immobile e al contempo  roteante,  dove l’anima non piu individuale e personale è centro e periferia insieme, è  ferma nel movimento. Il centro è Shiva immobile, la ruota che gira è Shakti, il fuoco che si muove e muove tutto, tutte le forme dell’Uno, e sono  la stessa cosa.

Questa è conoscenza.

4. Il fuoco

Il fuoco che avvolge i dannati di questa bolgia è  presente in tutto il poema.

Fuoco energia che tormenta in inferno, che purifica in purgatori, che splende in Paradiso.,

Luce che  è Dio stesso, che è  il Bene, creatore e percepitore di sé stesso, la luce della luce, Dio.

Come Dea della salvezza, Beatrice Kundalini scende per risalire con Dante al sommo dei cieli, è il motore della Commedia:

Io son Beatrice che ti faccio andare

Vegno del loco ove tornar disio

Amor mi mosse che mi fa parlare”

L’intero processo è attivato da Lei, che scende dal cielo come Santo Spiro, Spirito Santo; Lei è Beatrice, che muove tutto, Lei è Dio madre soccorrevole che salverà Dante, ma che dannerà coloro che sono contro la legge divina altresì.

In forma locale, la fiamma che avvolge e tormenta i due peccatori della ottava bolgia quindi

è una forma di Kundalini  attiva. I  due viandanti scorgono fiammelle nella vallea, che rinchiudono peccatori.

Ciascuna fiamma si muove racchiudendo in sé un peccatore, imprigionandolo, ma anche al contempo involandolo, ossia portandolo via come in volo.

“tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ‘l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.”

Questo furto viene paragonato al rapimento in cielo del profeta Elia su un carro di fuoco, riportato dalla Bibbia nel 2º Libro dei Re “ quando i cavali alti levorsi”.

Si vede bene qui come la forza trainante non sia individuale, ma piuttosto  la forza del fuoco che li vince, un fuoco che vince il vento ed ogni ostacolo, un fuoco che quindi ondeggia, serpeggia, sale come una onda.

4. Ecco la porta

Nella Commedia i passaggi sono presenti ovunque,  sono l modo stesso della transizione da uno stato di coscienza individuale ad un altro.

Ogni movimento può essere descritto ed intercettato dal passaggio di un confine, una porta, un personaggio.

La porta è la figura del movimento che non si arresta, del risveglio che si integra.

A cominciare dal risveglio della prima terzina, proseguendo con l’uscita dalla selva oscura che  tale risveglio manifesta come primo effetto, alla porta dell’inferno che parla di morire a sé stessi, del purgatorio: “qui è l’intrata”, all’ingresso in paradiso e nella coscienza  divina  tramite Maria,  la porta  è simbolo archetipico  di ogni storia che evolve.

Nel nostro canto, le colonne di Ercole sono una foce, una porta stretta, che indica un passaggio fondamentale.

Il monito, acciò che l’uom piu oltre non si metta, è anche un invito, ad andare oltre appunto, oltre sé stessi, oltre il me.

Ma ci sono delle condizioni. Ercole sa di che si tratta, Ulisse ora sa di che si tratta, Dante è passato oltre, e la cosa riguarda noi,  i nostri passaggi. Dobbiamo capire bene come si passa, chi può passare, cosa succede  in questo passaggio, tutto insomma! Un canto, il 26, sulla conoscenza, come tutti gli altri.

Le colonne d’Ercole sono una porta stretta:

“In quel tempo Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese:

– Signore, sono pochi quelli che si salvano?

Disse loro:

– Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno[21]

Un sogno di una persona raccontava:

“Dovevo salire su un autobus, per andare ala mia casa di origine, e quando arrivava la porta era cosi stretta che non ci passavo quasi; dovevo mettermi di traverso, strisciare proprio. Dentro il bus, sorpresa, non  trovavo nessuno; Ed ero anche stupita dal fatto che sera tutto molto bianco,  come con troppa luce, ed i sedili erano bianchi, e la spalliera era altissima, e si allargava alle spalle come due ali… “

La porta stretta porta in una altra dimensione, dove non c’è la gente, ci sei solo tu e Dio.

Dal mare piccolo, al mare grande; dal Mar mediterraneo[22], come fosse l’anima, lo spirito in piccolo, ecco che passate le colonne di ercole,  si entra nell’Oceano, il grande Spirito, e li ci si perde, ci si fonde con  Dio.

Ecco perché si arriva solo tardi,[23] ecco perché il testo insiste sulla sproporzione, Dante indica, in questo passaggio.

“Io e’ compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

dov’Ercule segnò li suoi riguardi,

acciò che l’uom più oltre non si metta ..”[24]

Così è chiarito che la foce stretta è l’ingresso in Shushumna, che la porta e la forza che la attraversa è terribile.[25]

5. Il lato mancino

Oltre quella porta non c’è più nessuno, c’è il mondo sanza gente, senza le persone.

La situazione è simile a quella descritta nel secondo canto di Inferno:

All’uscita dalla selva oscura, Dante si ritrova  alfine al pie di un colle giunto, con il sole in cima. Osserva il confine appena superato, dal quale mai una persona viva è uscita; in altre parole, se sei uscito sei senza la identificazione con la persona, la persona è morta, psicologicamente parlando. Questa condizione non è ancora consapevolmente raggiunta, Dante deve rendersene conto; ad esempio, poco dopo  egli incontrerà l’ostacolo delle tre fiere, un ostacolo personale,  che a quel livello non è risolvibile.

Questo ostacolo uno e trino è  luciferico,  ha la natura della morte,  del pozzo senza fondo,  del contagio e dell’inganno, della forza e della astuzia, del desiderio dell’ego e dell’oscurità. Questo ostacolo formidabile  non fa passare e  uccide la persona, se ancora è viva.

Ecco perché è così fondamentale e soccorrevole il consiglio di Virgilio, nel frattempo comparso di seguire “altro viaggio”, ossia di non contrapporti a ciò che si contrappone, quello della disidentificazione dal male.

Sarebbe una contrapposizione personale di Dante.

Invece Virgilio gli suggerisce di passare per l’inferno, non di salvare sé stesso, gli suggerisce come il Cristo di perdere la sua vita per salvarla. Questo processo graduale di disidentificazione è già tuttavia iniziato.

Non così Ulisse, che per acquisire, non per perdere, intraprende il folle volo, e per questo perisce.

Da cinque mesi, dice  il testo, superata la porta, l’alto passo, navigavano “sempre acquistando dal lato mancino”

Acquistare potrebbe essere un verbo da usare ancora a livello personale.

“e volta nostra poppa nel mattino,

dei remi facemmo ali al folle volo,

sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l’altro polo

vedea la notte e ‘l nostro tanto basso,

che non surgea fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto da la luna,

poi che ‘ntrati eravam nell’alto passo,”

inf  XXVI, vv. 124–132

Sappiamo dallo yoga che  il corpo sottile è costituito da 7 centri, o  chakra, o ruote, che sono vortici di energie, centri di coscienza, e vengono rappresentati in astrologia dai pianeti, dalle  stelle di dentro[26].

Questi centri idealmente possono essere uniti  tra loro da un canale centrale, detto Shushumna, ed attorno a questo altri due canali laterali intersecano i chakra ripetutamente, detti Ida e Pingala.

Il caduceo ermetico ben rappresenta questa conoscenza tradizionale della anatomia e fisiologia del corpo energetico.

Lungo questo circuito, che spianato è un cerchio, la pista de il sole e delle altre stelle lungo la periferia può essere anche rappresentata lungo l’asse vertebrale astrale come una discesa e risalita periodica del Sole,  in maniera spirale, come con due serpenti che si incrociano ripetutamente, e che riproducono l’intersecarsi delle orbite solari e lunari nel cielo esteriore. [27]

Possiamo distinguere artificialmente questo circuito in  due  emicicli di valenza e funzione diversa; per semplificare, ed esemplificare, immaginiamo una prima metà di ciclo che dal cielo scende alla terra, dal sesto chakra al primo, mentre il secondo emiciclo ritorna al punto di partenza salendo.

Il canale discendente è chiamato Ida,  e quello ascendente Pingala.

I due emicicli si invertono  in alto e in basso, o potremmo meglio dire, si continuano uno nell’altro come  testa e coda di un unico circuito,   di un  unico serpente, o drago, un ricircolo. Possiamo però anche simbolicamente  indicarli con un serpente con la testa in basso e un serpente con la testa in alto. La testa e la coda del drago, il nodo lunare nord e sud, rappresentano questi luoghi di inversione dell’emiciclo.

ercole serpenti immagini - Ricerca Google

L’importanza e la possibilità di  dominare l’energia dei nodi lunari viene descritta nel mito di Ercole bambino.

Come tutti sappiamo, Ercole supera le dodici prove  impostegli; a mio parere questo significa che egli attraversa, purifica, completa i lavori sui  sei chakra, il  che lo porterà  a divenire completo, non più semidio ma un dio assunto in cielo.

Ora, si racconta che da piccolo già nella culla egli avesse catturato e poi strozzato due serpentelli che si erano lì introdotti.

Ho riportato queste riflessioni sui canali laterali e su Ercole perché così si comprende meglio come i miti ci narrino di segreti operativi  nella energia e nella coscienza  a livello anagogico, esoterico, e non solo di vicende animate strane e drammatiche  del mondo delle persone, questo  è il mondo sanza gente, oltre la personificazione, o meglio potremo dire prima che la mente  prenda forme e ci incanti e noi siamo allora fuori “di testa”.

Così, dal lato mancino potrebbe essere uno dei due canali laterali con cui si  sale? Ida e pingala dovrebbero esser in equilibrio, come amare e capire, come le due ali di un colomba dicono in india, altrimenti  il viaggio si ripiega su sé stesso, se si usa una ala piu di una altra, e si ritorna indietro.

Io ritengo che il lato mancino vada inteso nel senso di srotolamento della Kundalini tipica dell’inferno, dove si procede scendendo a mano stanca, a sinistra. È del purgatorio invece la inversione del moto, e si procede verso il sole a destra.

6. Liberazione prematura di Kundalini

Noi ci allegrammo ma tosto torno in pianto, che

de la nova terra un turbo nacque

e percosse  il legno il primo canto

tre volte il fe girar con tutte l’acque

e la quarta ire in giuso com’altrui piacque

La forza di questo turbo, turbine, tornado, forza del vento che rotea, anemos o anima che investe chi giunga all’origine della risalita del monte che porta al cielo.

Un tema antico, come la lotta dei giganti, come la torre di babele, come Icaro e molti altri. [28]

Gestire la forza ascendente  che porta in cielo, la Kundalini che ascende in Shushumna, non è possibile senza la Grazia divina.

Non si può attivare questa forza  con la volontà di potere  egoica, perché l‘ego stesso è  contro questa apertura. Sarebbe, quello, un ego spirituale smisuratamente arrogante: volere capire  Dio, superare i confini con la mente.

E’ roba da matti, la psichiatria è piena di questi sconfinamenti in persone impreparate spiritualmente a gestire questa  condizione.[29]

Per tale ragione, tutte le tradizioni di meditazione mettono in guardia nel cercare di stimolare artificialmente anzitempo la Kundalini con pratiche specifiche, che al momento in cui si sia compiuta una adeguata purificazione del mezzo, e con il giusto accompagnamento di un maestro realizzato  invece possono essere adoperate; pensiamo al Kundalini Yoga ad esempio, ed al pranayama kapalabhati.

Quindi la vicenda di Ulisse insegna anche a noi ricercatori spirituali una questione fondamentale: salvarsi da soli è impossibile.

Il racconto del viaggio contiene dei numeri simbolici.

Di fatto è tecnico e preciso il riferimento:

Il turbo che investe la nave lo fa di prua, ed il numero di cerchi che la nave compie sono tre e mezzo, come le spire del serpente Kundalini.

La memoria biblica del serpente edenico ritorna qui insistendo sul fatto che  il demonio  ti perderà, perché hai ascoltato i suoi consigli.


[1] Da:  https://www.mondadorieducation.it/risorse/media/secondaria_secondo/greco/enciclopedia_antico/lemmi/odisseo.html

[2] dannati siano puniti in questa bolgia. Essi sono abitualmente indicati come consiglieri fraudolenti e il loro contrappasso consiste nell’essere avvolti da lingue di fuoco, per analogia con le loro stesse lingue che furono fonte di frode, e nascosti dentro alle fiamme allo stesso modo in cui da vivi celarono la verità per l’inganno (come dice l’Apostolo Giacomo, la lingua fraudolenta è come fuoco). Ulisse e Diomede, presentati nel seguito di questo canto, non sono puniti per i consigli dati, ma per le opere che hanno compiuto

[3] Un proverbio recita relativamente alla conoscenza:  Guardati dal volere sapere.

Un altro recita,  relativamente all’eccesso: chi troppo vuole nulla stringe.

[4] Sapegno

[5] Ulisse riesce a scovare  Achille, fatto travestire da donna dalla madre Teti e mandato alla corte di Licomede affinché non partecipasse alla Guerra di Troia. Ulisse e Diomede, travestiti da mercanti, usarono l’astuzia di mostrargli spade in mezzo a sete e drappi, scoprendolo tra le altre donne e costringendolo a partire per la guerra, abbandonando la sua amante Deidamia che morì di dolore, e ancor morta si duole dell’amante infedele.

[6] l’appellativo gli sarebbe giunto dal nonno Autolico: Ὀδυσσεύς Odysséus deriverebbe dal verbo greco ὀδύσσομαι odýssomai, “odiare”, “essere odiato”, quindi significherebbe “Colui che è odiato”, ma fra i possibili significati dobbiamo citare “collerico” 

[7] L’anca tuttavia ricorda il luogo dove i due , che stano arrampicandosi addosso a Lucifero, ruotano di 180 gradi ed invertono  finalmente la forza centripeta  di Lucifero coincidente col centro della terra, conversione che  li libererà infine dalla prigione etterna, dal doloroso regno delle tenebre.

La ferita all’anca ricorda anche la lotta di Giacobbe con l’Angelo, di biblica memoria: “24 Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino all’apparire dell’alba; 25 quando quest’uomo vide che non poteva vincerlo, gli toccò la giuntura dell’anca, e la giuntura dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui” Os 12:4-5; 2Co 12:7-10

[8] Telegono, saputo dalla madre Circe di essere figlio di Ulisse (che lo aveva rivelato al giovane dietro consiglio di Atena) e volendo conoscere il padre, s’imbarcò alla sua ricerca. Gettato dalla tempesta a Itaca , per sfamare l’equipaggio si diede a saccheggiare il paese ed a razziare una parte del bestiame appartenente al re. Ulisse così intervenne a difendere i suoi beni, ma Telegono lo uccise accidentalmente sulla riva del mare. Riconosciuto il padre, lo pianse a lungo e tornò da Circe insieme a Penelope e Telemaco, portandosi dietro il cadavere di Ulisse che fu sepolto ad Eea. Circe rese immortali suo figlio e gli ospiti. Telegono sposò Penelope e Circe Telemaco. Apollodoro in aggiunta rammenta che “la dea dalle belle trecce” mandò suo figlio e la sua sposa a vivere nelle isole Fortunate.

[9] “Fratelli miei, che attraverso centomila pericoli siete arrivati a questa “piccola” ultima soglia (le famose colonne d’Ercole) presso l’Occidente; non negate ai nostri sensi quello che rimane da vedere, dietro al sole (dietro all’orizzonte), nel mondo disabitato; considerate la vostra origine: non siete nati per vivere come bruti (come animali), ma per praticare la virtù e apprendere la conoscenza.”

[10] Ricorderemo come Virgilio, giunti all’ingresso del paradiso terrestre, dice  a Dante che da qui in poi dovrà  fare solo quello che lui stesso ritiene giusto, e sarebbe sbagliato fare altrimenti, perché adesso che è stato rettificato, purificato: “ lo tuo piacere omai prendi per duce; libero, dritto, sano è tuo arbitrio,  e fallo fora non fare a suo senno…” Inf. XXVII, vv 140-142. Rettifica che Ulisse non aveva  fatto.

[11] Serravalle spesso si chiamano i paesini che sono  collocati dove la valle si stringe e poi si apre nella pianura sottostante, ad indicare l’importanza di quel luogo di passaggio, di quella porta.

[12] L’emisfero australe anche detto emisfero sud o emisfero meridionale è la calotta semisferica del globo terrestre posta a sud dell’equatore terrestre, quindi con latitudine S. L’altra metà del globo è detta emisfero boreale.

[13] Da https://www.mondadorieducation.it/risorse/media/secondaria_secondo/greco/enciclopedia_antico/lemmi/odisseo.html

[14] Da Vittorio Sermonti, La Divina Commedia.

[15] Regnum celorum vïolenza pate / da caldo amore e da viva speranza, /che vince la divina volontate:

non a guisa che l’omo a l’om sobranza, /ma vince lei perché vuole esser vinta, /e, vinta, vince con sua beninanza.

Par. XX, vv. 94-99

[16] Anche in psicoterapia,  un uso della intelligenza non guidata dall’amore porta a sterili virtuosismi intellettuali sui meccanismi psicomeccanici  che non curano l’anima.

[17] “Quali i fioretti dal notturno gelo/ chinati e chiusi poi che il sol li imbianca /si drizzan tutti aperti in su lo stelo/ … e tanto buon ardire al cor mi corse… “ Inf II, vv. 41-45

[18] Questa preparazione sembra quindi fondamentale nelle vie graduali di  purificazione e sostegno al processo del Kundalini yoga, il guerriero di luce non combatte pe la propria gloria ma dona a Dio da la gloria; questo era il detto dell’ordine dei  cavalieri templari, che cavalcavano in due un destriero nelle battaglie  per la difesa del tempio di Gerusalemme. [18]

[19] 1 Corinzi 2, S. Paolo: “Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; 7 parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. 8 Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla. …   Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. 13 Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. 14 L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle… Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo”.

[20] Advaita, Dzog Chen, ma anche nel messaggio di  Gesù “Io e il Padre mio siamo Uno”

[21] Vangelo (Lc 13, 22-30)

[22] Il mar Mediterraneo (dalla parola latina Mediterraneus, che significa in mezzo alle terre) è stato conosciuto con diversi nomi. Gli antichi Romani lo chiamavano, “Mare nostrum“, ossia il nostro mare , in arabo è chiamato “Mar Bianco di Mezzo”, che ha ispirato la dizione turca di Akdeniz, “Mare Bianco“. Okeanos era il dio greco dal quale sono generate tutte le acque.

[23]Viene la sera/è tutto il giorno che sto qua…” Dall’album  Amore e furto, “Non è buio ancora”, canzone di Bob Dylan tradotto e cantata da De Gregori

[24] Inf XXVI, vv. 106-109

[25] Giobbe 28, 28: “Temere Dio, questa è sapienza”.

[26] I chakra possono essere simboleggiati dai pianeti, costituendo un sistema solare interno. Essi possono essere anche simboleggiati dai pianeti in quanto  questi corpi celesti esterni ed interni  sono gli ambasciatori, i portavoce delle energie stellari dei campi zodiacali cui si riferiscono,  dai quali emanano, che rappresentano e governano. I chakra sono organizzati verticalmente, lungo la colonna vertebrale astrale, come l’asse centrale di un albero, dell’albero della vita, l’albero che cresceva al centro dell’Eden.

[27] I due canali a livello di funzionamento del corpo corrisponderebbero anche al sistema ortosimpatico e parasimpatico, uno più attivo nell’azione verso l’esterno, più solare e maschile, l’altro più dedicato a sostenere il metabolismo ed il ripristino delle funzioni, più lunare e femminile.

[28] La scalata al cielo è follia, punita dalla legge divina: Ricordate?  Dante si pone il problema nel secondo canto, quando   è tentato di rinunciare al viaggio. Dice: “ temo che la mia venuta non sia folle

[29] “Quando scadrà l’affitto di questo corpo idiota/ allora avrò il mio premio come una buona nota/Mi citeran di monito a chi crede sia bello/ giocherellare a palla con il proprio cervello/ Cercando di lanciarlo oltre il confine stabilito/ che qualcuno ha tracciato ai bordi dell’infinito” (da Cantico dei drogati di F. De André)

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