Introduzione alla Psichiatria Transpersonale

Propongo in questo articolo una visione trans personale della psichiatria, che si affianca a quella transpersonale della psicologia, avviata con la nuova ondata di evoluzione della coscienza collettiva che abbiamo visto e sentito arrivare e crescere sulla fine del secolo scorso, in tutti i campi ed anche in psicologia.

Mi riferisco ad autori come Freud e Jung prima, e poi nella psicologia prima umanistica e poi transpersonale quali i pionieri A. Maslow, S. Grof, Ken Wilber, Perry.

La follia puo esser definita come la condizione in cui ci si trova in uno stato alterato di coscienza, (SAC), tale da modificare il nostro rapporto col mondo e con noi stessi; per questa ragione spesso ci si è posti il problema collettivo di come gestire queste situazioni, e da qui è nata alla fine anche la psichiatria.

Il matto

1. Elogio della follia:

Platone diceva che la mania avvicina alla divinità. Erasmo da Rotterdam tesse un elogio della pazzia parlandoci come ad una amica, una ricchezza. Kerouac, nel suo libro On the road, scrive:

Ecco chi sono i matti: i disadattati, i ribelli, quelli che piantano casini, i cunei rotondi da mettere in un buco quadrato, gli unici che vedono le cose in modo differente. Essi non hanno regole, essi non rispettano lo status quo.

Tu puoi citarli, essere in disaccordo con loro, puoi non condividerli, puoi glorificarli, o svilirli, ma l’unica cosa che non puoi fare è ignorarli…

Perché loro cambiano le cose, essi inventano, essi ispirano, immaginano, guariscono, creano, essi spingono avanti la razza dell’uomo.

Può darsi che debbano essere matti, perché gli unici che sono matti abbastanza da pensare di potere cambiare le cose del mondo,

sono quelli che lo fanno”.

Un proverbio dice: Solo i matti possono conoscere la verità.

I sopravvissuti alla crisi dicono a volte: questa crisi mi ha cambiato in meglio così profondamente che non tornerei indietro.

2. Disastro della malattia mentale

De Gregori, Santa Lucia:

.per chi beve di notte / E di notte muore e di notte legge / E cade sul suo ultimo metro,// Per gli amici che vanno e ritornano indietro /E hanno perduto l’anima e le ali. // Per chi vive all’incrocio dei venti / Ed è bruciato vivo,…

…Per la nostra corona di stelle e di spine…

Il matto spesso ha perso tutto, il mondo e sé stesso. In questo senso è liberato, ma è anche passato per la morte. Impazzire non è una passeggiata: meglio una malattia fisica grave, dicono spesso i pazienti, che questa croce…. non lo auguro al peggior nemico!

Un detto attribuito a Platone dice che

al mondo ci sono tre tipi di uomini:

i vivi, i morti, e quelli che vanno per mare.

I matti che conosciamo noi sono parte di tutte e tre le categorie.

1. Brevissima storia della psichiatria

La società cosiddetta civile ha sempre avuto difficoltà con le condizioni mentali diverse dal normale, con gli stati alterati di coscienza.

Il portatore di questa condizione era definito, stigmatizzato come folle, matto, alienato mentale: la condizione era ritenuta irreversibile, peggiorativa, tale da portare la persona alla alienazione da se stessa e dal corpo sociale, ed è stata nel corso del tempo interpretata e gestita in molteplici maniere.

I matti sono passati dall’essere esclusi dal mondo civile, espulsi fuori dalle città, nei boschi, o su imbarcazioni mandate ad altri porti o alla deriva.

La nave dei folli

In seguito la sorte dei diversi fu quella di essere reclusi in condizioni più o meno disumane, ghettizzati, imprigionati o segregati, in quanto portatori di male, di maledizione divina, in tempi più oscuri, o di alterazioni fisiche cerebrali, in tempi più moderni.

Il matto è stato sempre escluso e temuto, poiché traspariva sempre in questa diversità anche una scintilla di qualcosa di più, di una condizione di libertà da condizionamenti e dal livello di coscienza ordinario che non poteva essere accolto dal consenso sociale condiviso.

Lo stato attuale delle cose, dopo la scoperta degli psicofarmaci, delle camicie di forza chimiche, e delle tecniche psicoterapiche più diverse, ha consentito dove più e dove meno di liberarci del contenimento fisico di queste persone, ed ha permesso un controllo dei sintomi ed una gestione più sottile degli stati alterati di coscienza, ma non ancora una loro vera comprensione ed integrazione nella società.

2. La psichiatria moderna ed il suo futuro

Nel mondo moderno prevale ancora, per molti, il paradigma medico, ossia il modo di pensare, il metodo e le procedure della medicina applicate al campo della psiche, dell’anima, della coscienza.

Come sappiamo si tratta di una ottica materialistica, basata sul metodo scientifico delle prove ed errori, che ha un approccio oggettivante del disagio soggettivo e sociale di queste condizioni, che cerca di definirle dai segni e sintomi, e li cataloga minuziosamente fino all’estremo ed adotta un procedimento di cura farmacologico e sintomatico.

In questa ottica medica, c’è un organo malato che deve essere restituito allo stato precedente; così anche il disagio mentale, le malattie mentali sono considerate come qualcosa di patologico che deve essere trattato in maniera da tornare come prima.

Tuttavia invece nella psichiatria non abbiamo a tutt’oggi una vera comprensione dei disturbi mentali. Cosa succede a queste persone? Per capirlo dovremmo averne esperienza noi stessi…

Un paziente mi fa :

-”Dottò, a lei gli si è mai rotto il cervello?”

-”Beh, proprio rotto, no…. “

-”E allora, vede, cosa vuole capirci lei di me?”

Non è stata trovata prova convincente di un organo malato, né a livello macroscopico ne a livello biochimico. Gli studi che dimostrano alterazioni biochimiche nel cervello, dei ratti ad esempio, non sono a ben guardare la prova tali alterazioni siano da interpretare in quel senso, o persino che siano una causa di quel disturbo, anziché condizioni concomitanti o conseguenza di quelle alterazioni mentali.

Inoltre, non possiamo in psichiatria pensare che dobbiamo giungere ad una restitutio ad integrum, allo status quo ante, un ritorno allo stato precedente, ma semmai aiutare ad entrare nello stato seguente.

L’intervento che utilizziamo in psichiatria è farmacologico e sintomatico; e sappiamo però che una cura sintomatica è ammissibile, e solo temporaneamente, solo quando non si conosce la causa del disturbo.

La psichiatria accademica ha sviluppato in tempi recenti sempre di più questa ottica organicista medica, negando gradualmente sempre di più i contributi e gli apporti delle teorie e delle terapie psicologiche, per orientarsi oggi verso una venerazione ed impiego sempre maggiore della tecnica.

Per fare alcuni esempi, essa propone l’impiego nei colloqui coi pazienti della intelligenza artificiale nel gestirei colloqui di screening, si avvale di softwares per il riconoscimento di emozioni, per la somministrazione di test diagnostici e prognostici in clinica; il neuro imaging, lo studio e la manipolazione genetica, lo sviluppo di psicofarmaci più sensibili s ad esempio contenenti sensori, sensori sugli abiti e nell’ambiente di vita del paziente, che permetterebbero sempre di più il riconoscimento precoce, loro dicono preventivo, ed il conseguente controllo del comportamento e della mente dei pazienti.

Tutto questo dubitiamo ci possa avvicinare alla comprensione della coscienza e delle sue evoluzioni, all’anima ed alla cura, allo specifico dell’essere umano, e sembra invece prospettare un futuro allineato con una disumanizzazione della società nel suo insieme, alienazione che traspare sempre più chiaramente nel campo economico e politico, scientifico, educativo, alimentare etc.

3. Altri sviluppi in psichiatria

Così si è sviluppata in età post moderna una serie di altri approcci, che non amiamo definire anti psichiatrici, o di psichiatria alternativa, poiché così facendo già valideremmo come corretta e principale la tendenza mainstream, ossia più comunemente sostenuta dal potere che guida la nostra società sempre di più, quello dell’interesse al controllo ed alla parcellizzazione degli uomini tra loro e dentro di loro.

In particolare, vogliamo qui trattare di una visione secondo cui le crisi psichiche e psichiatriche sono da considerare un potenziale evolutivo nella coscienza dell’uomo.

Le crisi sono inoltre al contempo anche espressione e stimolo per un un cambiamento sociale, collettivo, necessario ad affrontare la vita nel terzo millennio.

Sebbene ancora in fase di evoluzione, la nuova psicologia e psichiatria vedono alcune se non tutte le alterazioni psichiche, che alcuni chiamano Stati Alterati di Coscienza, o Asc, come stati olotropici della mente, (ossia tendenti all’Uno), ossia come fasi evolutive verso una coscienza più unitaria, non duale, più evoluta, come condizioni volte alla nascita di un nuovo stato di coscienza, di un nuovo essere.

Nella nostra cultura religiosa cristiana questa condizione di nascita di un nuovo stato dell’essere stato chiamato Resurrezione.

Se riusciamo per un attimo a vedere la religione, non solo la nostra ma tutte le religioni, come il racconto condiviso in quella cultura sulla nascita del mondo, ossia di come la mente creatrice dell’uomo crea dal nulla ogni cosa ogni mattina al risveglio, possiamo vedere che il racconto sacro descrive il processo che ciascuno di noi può fare in vita se gli accade di morire da vivo, mentre il corpo è ancora caldo.

Nella Divina Commedia il corpo mente è descritto come il mezzo in cui scorre la vita, nostra vita precisamente, che nel corpo individuale egli chiama la sua vita.

Si tratta quindi di questo “mi ritrovai”, concomitante alla della condizione di morte rinascita che l’uomo in cammino verso il risveglio della coscienza attraversa; si tratta della morte della identificazione con il corpo e la mente, con la persona, con il mezzo direbbe dante nell’avvio della Commedia.

Infatti, Virgilio rimarca spesso come Dante sia in prima vita, non abbia visto l’ultima sera. L’aldilà religioso quindi va inteso in questa ottica come al di la dello stato di coscienza ordinario, come morte rinascita psicologica, non al di la della morte fisica.

4. Un parto psichico, la nascita di un nuovo essere

Tale processo di cambiamento è stato paragonato al parto1 in quanto si tratta della nascita di un nuovo essere, di una nuova coscienza di se, un rinascere da se stessi, un “mi ritrovai”.

Nel parto si possono distinguere infatti diverse fasi successive.

-Inizialmente accade la rottura delle acqua, ed il distacco dalla condizione cui eravamo fusi e confusi sino ad allora, una identità primaria. Il feto si stacca dalla sua dimora originaria, iniziando un percorso di separazione individuazione.

-Segue poi a questa fase delle periodiche contrazione, che corrispondono alla attivazione energetica necessaria per aprir la strada, e spingere avanti il processo;

-In questa fase si incontrano in misura maggiore o minore delle reazioni di resistenza e dolore nei tessuti che si devono adattare a questo passaggio e cambiamento.

– Infine ci sarà una quiete dopo la tempesta, ma il risultato è radicalmente diverso da ciò che c’era prima.

La nuova coscienza nata, il rinascere da se stessi, fa vedere le cose da un punto di vista completamente diverso, da uno stato di coscienza mutato.

In questo parto psichico possiamo rivedere analogicamente le fasi di sviluppo della nuova coscienza.

E come per il parto comprendiamo come non si tratti di una passeggiata, di come sia un processo misterioso, miracoloso, molto intenso, potenzialmente mortale, e quindi comprendiamo come non sia agevole accettare questa nascita, che corrisponde peraltro anche ad uno scomparire come condizione precedente.

Così può accadere di spaventarsi se siamo molto identificati, potrà accadere di provare paura e terrore del vuoto, della non identità.

Si possono sviluppare condizioni psichiatriche anche serie, si diventa pazienti, vaso di questo processo che ci lacera e trasforma, e che lo fa con un tono drammatico a volte estremo, in base a numerosi fattori tra i quali principale è la la condizione di preparazione del terreno in cui il processo avviene.

5. Psicodinamica delle crisi e del loro decorso

Ciò che caratterizza queste trasformazioni della coscienza, vissute come crisi, (l’evoluzione avviene per crisi), sono una serie di sintomi di cui ora parleremo più dettagliatamente.

Categorizzeremo per semplificare i sintomi che caratterizzano la crisi e la sua evoluzione in tre grandi gruppi:

A – Un primo ordine di disturbi riguarda il processo fondamentale, lo spostamento della coscienza dal me al Sé, che si manifesta come una crisi della identità precedente, di come ci si è rappresentati sino a quel momento. La crisi di identità porta con sé specifici sintomi, quali la depersonalizzazione, la de realizzazione, la demotivazione, il disorientamento, il senso di vuoto, di essersi persi, non ritrovarsi più come identità.… etc.

La scomparsa del mondo conosciuto, delle certezze sul mondo e su di sé , il “casca il mondo, casca la terra”, caratterizza questa fase.

La condizione di crisi di cui stiamo parlando corrisponde al crollo delle nostre certezze, dei significati, della nostra forza motrice; ci lascia senza direzione e senza forse, come se fosse crollato il mondo addosso, come non vi fosse più senso, motivazione, meta, connessione.

Non c’è più nulla, si vive la perdita di sé come era conosciuto prima; è un vissuto di deprivazione, di crollo, di catastrofe e post catastrofe, di deserto.

Tale stato permane solitamente anche dopo che la fase energetica più acuta, e le reazioni alla crisi, di cui tra breve diremo, si sono esaurite o sono sullo sfondo di uno stato residuo, cronicizzato, come una notte oscura dell’anima.

Sono solitamente presenti quindi demoralizzazione, disperazione, ritiro sociale, anedonia, anaffettività, uno stato larvale, residuale, in psichiatria detto residuale, spesso osservabili in clinica psichiatrica soprattutto nei casi cronicizzati.

Un detto in psichiatria recita:

una volta psicotico, sempre psicotico

Ci si riferisce alla irreversibilità del processo, che può solo evolvere in seguito se va bene in una riabilitazione dell’esistente, e nello sviluppo di una realtà completamente nuova ed altra, spesso incomprensibile a chi non la ha mai attraversata.

Questo crollo della vecchia identità è necessario al sorgere di un nuovo stato di coscienza; nelle fasi iniziali tuttavia tali sono lo sconcerto personale e le manifestazioni acute energetiche che si presentano che solitamente si da molto piu peso a quello che si sta perdendo che a quello che si star presentando, sebbene siano un processo unico ed articolato ed intelligente.

Il deserto

Passata la fase più acuta, ciò che rimane, rassegnati alla ineluttabilità ed irreversibilità del processo il più delle volte incomprensibile al paziente e spesso anche a chi assiste il paziente stesso, è uno stato di vuoto, fuori e dentro, spesso descritto come un deserto. In questo deserto è la vera prova, è proprio questa aridità che deve precedere la possibile successiva fioritura del deserto, che rende questa fase così feconda nel penetrare in profondità nella coscienza in trasformazione.

Credo sia questo il motivo per cui molti moduli narrativi prendono come scenario il deserto, dalle tentazioni di Cristo, alla piaggia deserta di Dante, al deserto di Bip bip e Willy coyote.

In questa fase non c’è più orientamento, è come si fosse senza guida, ciechi. Ed è proprio in questa fase che si inizia a vedere con altri occhi, da dentro. Proprio perché l’essenziale non è visibile agli occhi si deve attraversare questa fase di cecità, questa terra di nessuno.

Solo in assenza di tutto infatti si potrà forse riscoprire ciò che era sempre stato presente, la più importante condizione del reale e di noi come persone, la consapevolezza che fa da sfondo alla vita, e ritrovare che questa consapevolezza è ciò che davvero siamo, condizione e base di ogni esperienza, stato originale dell’essere. Con la perdita di percezione di qualsiasi genere, diciamo, in assenza anche di noi , che siamo svaniti, persi, ecco che la attenzione spontanea è molto più prossima a ritornare sull’osservatore originario, sul Sé.

Questo è ciò a cui ci si riferisce quando si parla di risveglio, del “mi ritrovai” della Divina Commedia della vita.

In psichiatria questo primo tipo di alterazione si manifesta in ogni disturbo di coscienza, è “il” fattore di disturbo della quiete precedente. Questo è la base del disturbo degli equilibri costituiti, dello sviluppo personale di cui in generale si occupa la psicologia non transpersonale.

In realtà non guardando solo alla perdita di equilibrio ma come potenziale contenuto nella crisi, potremmo vedervi invece crisi esistenziali, fasi di ristrutturazione e cambiamento, potremmo vedere questa fase come emergenza spirituale, ossia come l’emergere di una coscienza più evoluta, risvegliata di quella precedente.

B – Contemporaneamente o poco dopo si manifestano quasi sempre un secondo ordine di sintomi, sintomi più connessi ad un cambiamento energetico nel sistema, un risveglio di una energia spesso molto intensa e trasformante, purificatrice, in oriente chiamata Kundalini.

Molto in breve, l’energia cosmica responsabile della creazione intelligente e progressiva del corpo del feto, esaurita la sua funzione rimane come potenziale residuo di mantenimento delle funzioni vitali, diverse e numerose, al centro del nostro essere psico corporeo; esso simbolicamente viene rappresentato col simbolo della madre, della vita sacra, che mantiene in vita il corpo (vedi simbolismo della dea in tutte le culture). Un altro simbolo di questa forza attiva nel corpo è il serpente, che muta pelle e si trasforma ciclicamente, una colonna vertebrale esso stesso, arrotolato alla base della colonna vertebrale astrale dell’uomo (osso sacro appunto). Al momento dalla morte questa energia cosmica si libera dal corpo, ascende l lungo la colonna astrale (energetica) fuoriuscendo dalla sommità del capo (fontanella), ritornando a casa. Così facendo attraversa dei plessi energetici lungo la colonna, detti chakra o ruote, che svolgono la funzione di tradurre e trasmettere l’energia vitale di base in modalità differenziate, centro che possono essere più o meno evoluti o resistenti a questo processo di liberazione dell’energia vitale.

La ascesa del serpente, della forza Kundalini, la potenza evolutiva dell’uomo e dell’umanità, viene descritta come il risvegliarsi di un sacro fuoco interiore (simbolismo del drago, serpente che si eleva e che ha il fuoco dentro).2

Se tale morte accade in vita, come dicevamo a proposito della attivazione delle crisi psicologiche, del morire da vivi, la liberazione di questa energia porta ad una vita nuova, un novo stato di coscienza in vita.3

Il risveglio di questa forza latente nell’uomo, la sua attivazione ed infine ascesa diretta nel corpo si manifesta con segni e sintomi caratteristici da sempre descritti come associati al precedente accadimento di crisi, di opportunità e pericolo, attivati dalla identità in corso di trasformazione, dal dis investimento e reinvestimento energetico libidico concomitante tale crisi di identità.

Tale attivazione energetica può manifestarsi come disturbi rilevabili maggiormente sul piano psicofisiologico (vedi il libro di Sannella sulla fisio Kundalini), oppure più sul versante psichico – coscienziale.

La serie più psico fisiologica comprende sintomi di energia calore (caldo ma anche alternato a freddo) in tutto il corpo , quali dolori diffusi nel corpo (forse una delle componenti della nuova sindrome fibromialgica che rileva anche di alterazioni fisiche tuttavia), nella schiena, sotto forma di blocchi (colpi della strega) che spesso ma non sempre sono associati a reperti somatici ortopedici (ma che hanno una vita anche propria); o un senso di scorrimento, di caldo e freddo, di tremore interno, o ancora movimenti alterati nel corpo come tics o mudra o altro ancora.

I sintomi energetici a livello del corpo sottile, percepiti nel corpo fisico, possono spesso manifestarsi anche in regioni specifiche, solitamente associato alla sede dei chakra(soprattutto 4°, 5°, 6°, a volte anche 2° e 1°), e sono connessi allo iper afflusso energetico in queste regioni del corpo sottile, nei chakra e nei canali che li collegano.

Ad esempio

a livello del 4, tachicardia,

del quinto : senso di soffocamento,

del sesto: offuscamento della vista, sbandamenti e capogiri, vertigini, acufeni scambiati per disturbi ORL, cefalee, etc

La serie più psichica coscienziale comprende fenomeni di tipo emotivo, gioia o dolore intenso, paura intensa, o di tipo più mentale, quali confusione, fuga del pensiero, pensieri insoliti o dal contenuto abnorme, come i pensieri di morte che ci potrebbe raggiungere in molteplici modi, o ancora percettivi, quali luci e suoni o voci interiori, ipersensibilità percettiva etc.

Come per le contrazioni del parto questi sintomi sono caratterizzatati da fasi periodiche, (spesso connesse alle variazioni stagionali), di acuzie ed intensità soggettiva, da fasi energetiche di alta tensione o eccitamento alternate a fasi di minor apporto energetico.

Su questa base si possono leggere i disturbi bipolari come manifestazione di variazioni nel sistema energetico affettivo. Anche gli attacchi di panico possono essere classificati come un inizio di apertura energetica del sistema, fenomeni spesso molto intensi e che molto spesso accadono in persone impreparate a comprenderli ed accoglierli. 4

C – Un terzo ordine di sintomi riguardano le reazioni egoiche alle prime due serie di sintomi.

Se infatti il processo di trasformazione può essere descritto come un processo di morte rinascita, il suo sviluppo soffre di diversi ostacoli legati alla preparazione del mezzo in cui questo accade, diverso per ciascun individuo.

Il problema sta quindi qui nel “mezzo del cammin di nostra vita”, inteso come complesso corpo mente, dal livello evolutivo dell’ego, e dalla purificazione di esso a tutti i livelli.

Così potremmo avere questo processo di risveglio in persone che già hanno un livello di coscienza evoluto, capace di più o di meno di lasciare andare ed espandersi come coscienza individuale. Di questo potrebbe essere opportuno parlare più a fondo tempo permettendo. 5

E’ proprio questa terza serie di sintomi che solitamente spinge chi subisce queste crisi a consultare psicologi e psichiatri: il soffrire, e il non volere soffrire. E’ l’ego che soffre, ed è anche ciò che fa soffrire.

Se la perdita di identità si svolge in maniera parziale, se rimane un po della vecchia identità nel corso del processo, e questa è quasi la regola, assisteremo alla organizzazione difensiva della parte residua di identità che protesta ed agisce contro il processo trasformativo.

5a. Psichiatria

Qui vediamo bene che la sofferenza non deriva dal cambiamento, ma dalla resistenza al cambiamento.

Questo rende difficile spesso aiutare le persone sofferenti, poiché spesso vorrebbero più tornare ad essere come prima anziché cooperare a divenire come dopo: l’ego del paziente cerca collaborazione per resistere, anziché per cooperare ed agevolare il parto della nuova condizione.

La crisi di identità ed i movimenti energetici nel corpo sottile ad essa associati mettono in crisi il sistema egoico ed il suo controllo; così, nella fase di adattamento, appena dopo la prima crisi di apertura, che può essere anche prolungata, tale cambiamento può sollecitare da parte della residua identificazione con l’ego precedente numerose e diverse reazioni soggettive, volte a mantenere il vecchio equilibrio, ed a contrastare tale processo di cambiamento.

Si tratta infatti della morte rinascita, ma inizialmente più del vissuto di morte, del morire da vivi, della morte percepita (come astenia, depressione, paura da morire…) della identità in crisi, del vecchio regime che protesta. E protesta raccontando storie paranoidi, pur di non levarsi di mezzo, proiettando sulla vita, l’ambiente o specifiche persone o situazioni una intenzione aggressiva, negativa nei propri confronti, oppure che architetta strategie di fuga, come i tentativi di suicidio che in forma estrema sostengono la tesi egocentrica “piuttosto che morire mi ammazzo”, per controllare fino all’ultimo la posizione di rifiuto della trasformazione.

Le reazioni egoiche a tale processo sono principalmente controllo e fuga, e generalmente tendono a strutturarsi nel tempo, per giungere a cronicizzarsi ed a divenire quadri tipici riconoscibili.

Un quadro tipico del primo tipo di meccanismi è ad esempio il DOC, il disturbo ossessivo compulsivo, si presenta come une organizzazione stabile del blocco: si devono controllare con rituali mentali o comportamentali pensieri di morte, interpretazioni ad hoc egoiche paranoidi, ed il controllo su questi d’altronde porta ad un continuo contatto con essi per gestirli, così che la psiche e la vita si paralizzano in questi meccanismi di difesa che divengono esasperati ed inefficaci, lasciando il soggetto in preda al panico dal quale cercava di fuggire.

Essenzialmente come dicevamo si tratta di reazioni alla prima serie di sintomi, in cui si vanifica l’aderenza alla vecchia identità, e le reazioni qui saranno maggiormente rivolte al ristabilire una qualche sicurezza, identità anche temporanea o posticcia, temi di controllo quindi e di conferma.

Anche la anoressia, alcuni disturbi di personalità borderline, paranoide, dipendente, come certe psicosi schizofreniche stabilizzate in cui si vede bene come l’io individuale si sia organizzato per controllare e gestire il rischio di perdere l’identità. Le tossicodipendenze rilevano di un meccanismo misto, con una componente di controllo ma anche una di fuga, e l’uso di sostanze rende manipolato, incontrollabile, paranoide la situazione di fondo in cui il soggetto vive sempre più in fuga da se stesso.

Una sindrome di evitamento cronico potrebbe essere il DAP, il disturbo da attacco di panico, la paura della paura. Essenzialmente si tratta di reazioni alla seconda serie di sintomi, i movimenti energetici intensi e temuti. Diversamente dall’attacco di panico, fenomeno energetico più o meno intenso, si tratta qui del disturbo nella vita relazionale ed interiore dovuto alla tendenza a controllare con l’evitamento tali eventuali stati.

Così, il non prendere più aereo o ascensore non deriva dalla effettiva verifica che in tali condizioni si possa presentare effettivamente (per quanto improbabilmente) un attacco di panico, ma dallo sposare la pratica preventiva di controllo su tale possibilità.

5b. Resistenze nei terapisti

Una modalità di porsi di fronte alla crisi è di cercare di razionalizzarla, proiettarla fuori, gestirla dell’esterno, in separata sede diciamo: Gestire la crisi nel paziente, che lo farà per noi.

Ricordo una paziente che sogno che lo psichiatra, io nello specifico , faceva fare ai pazienti quello che lui steso non aveva il coraggio fare, attraversare quell’inferno.

Si potrebbe insomma strutturare una forma di difesa dallo sparire prendendosi cura di coloro che vivono questi stati, una cura e controllo dei sintomi per interposta persona, una forma proiettiva di preoccupazione e supporto alla identità che passa per una professione di aiuto.

Si tratta a volte, e lo psichiatra dovrebbe potersene rendere conto, sopratutto se svolge una adeguata analisi didattica, di forme per persistere rispetto alla morte, alla pazzia, più sofisticate, come indica una altra barzelletta sugli psichiatri:

Uno psichiatra incontra un altro psichiatra e gli fa:

-“Ciao! Tu stai bene, io come sto?”

La buttiamo a ridere, ma dietro la identità dello psichiatra come tutti sanno c’è la percezione di quella follia, che cerchiamo a volte, parlo anche per me, di curare negli altri.

6. Fattori favorenti

Soffermiamoci adesso un po’ sulle cause favorenti l’avvio del processo.

-Una prima condizione, forse la più frequente, è che questa crisi accade spontaneamente. Questa condizione non si sviluppa a seguito di situazioni causali o con causali identificabili, non ha vere motivazioni, è endogena come si dice in psichiatria, non esogena. Essa non ha cause scatenanti, non si rintracciano situazioni patogene nell’infanzia è incomprensibile. Forse ci sei nato, si ipotizza c’è una predisposizione genetica, ma dentro questo termine non si sa cosa si debba trovare. Sappiamo infatti che nel DNA è memorizzata non solo la costituzione fisica ma anche esperienze psichiche intrauterine , apprese, e forse di più quello che era astato appreso o impresso nel genoma anche da generazioni a monte…. forse vite precedenti, chissà.

Quindi molte crisi si attivano come seguendo un orologio interiore, forse l’oroscopo della nascita matura a un certo momento del tempo, come fossimo maturi per questo cambiamento, come Dio vuole diciamo.

Altre volte tuttavia si possono individuare cause scatenanti o determinanti, o almeno delle concause:

-l’uso o l’abuso di sostanze psicoattive, soprattutto se impiegate regolarmente, come la cannabis, gli allucinogeni di sintesi come lsd, o la dmt, l’uso di funghi allucinogeni, Ayawaska ed altro…

-un lutto psicologico, quale la morte della persona amata, di un genitore o di un figlio, un amico, l’incontro psicologico colla morte.

-Avere attraversato specifici traumi (tra cui gli abusi sessuali, che attivano la kundalini in una età ancora acerba).6

-Altre volte è un incontro colla morte da vicino a livello fisico, quali un incidente stradale, con coma, la scoperta di un male incurabile o comunque potenzialmente mortale, una situazione in cui siamo andati vicino alla morte come un incidente subacqueo o aereo etc.

-Crisi maturate lungo alcune pratiche di meditazione, più raramente se equilibrate, più spesso in quelle nelle quali si cerca di forzare il sistema energetico in maniera inappropriata.

-Tuttavia, il fattore principale probabilmente rimane misterioso, e forse potremmo chiamarlo la Grazia.

In poche parole, tutte situazioni in cui si vede la morte in faccia, da vicino, morte fisica o psichica; ogni volta che la sicurezza effimera della nostra continuità, della nostra identità , quando il tappeto da sotto i piedi ci viene sfilato via, ogni volta che ci troviamo nel vuoto, c’è una crisi di identità, una morte psicologica.

Allora accade quello che accade quando chiudi gli occhi: non ci sei più.

7. Fattori prognostici

Tra i fattori che condizionano lo svolgimento ed il completamento del processo, ossia la prognosi, per prima cosa dobbiamo considerare la preparazione della coscienza al momento dell’avvio del processo.

Infatti, se è vero che alcune volte questi cambiamenti vengono ad un certo momento, quando siamo pronti, abbiamo fatto molta strada verso il cambiamento, come cammino psicologico, spirituale, o comunque di crescita, integrazione, maturità, è anche vero che la attivazione del processo, e la crisi che ne consegue, accade spontaneamente o a seguito di altri fattori come abbiamo visto, senza alcuna preparazione, apparentemente, in persone lontanissime dall’aspettarsi, dal conoscere, dall’accompagnare questo processo interiore, che si svolgerà per proprio conto senza molta considerazione del nostro accettarlo o meno.

Un autore e clinico americano, Scion Blackwell, sostiene che la prognosi dipenda essenzialmente dal livello evolutivo raggiunto dal soggetto al momento della crisi.

In un suo articolo sulla evoluzione in senso progressivo, di sviluppo spirituale, o regressivo, in senso psichiatrico cronico, delle fasi di crisi e trasformazioni della coscienza di cui ci stiamo occupando, rifacendosi alla classificazione degli stati di coscienza proposti da K. Wilber, individua negli stati più evoluti la possibilità di comprendere e gestire la crisi in senso evolutivo, come una emergenza spirituale, anziché come una regressione a livelli di funzionamento più arcaici e difensivi, ad interpretazioni paranoidi, a difese primarie autolesioniste.

Gli stadi che Wilber individua sono i seguenti: Arcaico, Magico, Mitico, Feudale, Razionale, Moderno, Post moderno, Integrale. 7

9. Terapia

Prima di entrare nella seconda parte di questo lavoro nello specifico di come possa il terapista intervenire per aiutare l’evoluzione degli SAC, vediamo in generale i punti cardine per intervenire efficacemente ed in maniera integrata.

1. Innanzitutto sarà opportuno individuare una risorsa di supporto, attivare un aiuto dedicato. Questa potrà esseread esempio una psicoterapia in generale, almeno di sostegno, di grounding, o ancor meglio una psicoterapia di tipo evolutivo, che abbia una comprensione dei fondamenti delle crisi; questo potrà essere di grande importanza per aiutare il cambiamento necessario, per allinearsi al nuovo sviluppo. Ricordiamo sempre che “la terapia non cambia la gente, aiuta la gente a cambiare”.

Il processo che la psicoterapia vorrebbe favorire è questa espansione di coscienza nell’individuo, ossia una integrazione di quel maggiore in questo minore, una crescita della coscienza.

2. L’andamento del processo inoltre sarà fortemente condizionato dal tipo di supporto, farmacologico. L’intensità dei fenomeni energetici ed il ricompattarsi di una nuova identità infatti spesso è favorita da un uso di farmaci che come dosi e come durata siano scelti comprendendo la natura del processo di coscienza in corso.

La psichiatria moderna, nella maggioranza dei casi, impiega i farmaci a dosi massicce, rivolte più ad abbattere che ad accompagnare la crisi, e come presidio principale se non unico, fondandosi sulla concezione materialistica biochimica della malattia mentale.

Diversamente, i farmaci potrebbero essere impiegati in maniera più discreta, addirittura quasi artistica, (c’è un arte infatti nel gestire questo piano della biochimica).

3. Sembra poi molto importante il contesto in cui si svolge il processo.

Nel passato, lo sviluppo di una crisi spirituale evolutiva era compreso, accolto ed accompagnato in ambiti specifici, quali tradizioni consolidate religiose, ambienti monastici o comunitari. Si pensi ad esempio in ambito buddista alla importanza del Sangha, ossia alla assemblea di coloro che fanno lo stesso cammino spirituale, la comunità spirituale diciamo … coloro che condividono la dottrina e del maestro nel accogliere favorire ed accompagnar e proteggere lo sviluppo di tale cambiamento di coscienza. Tutto questo è solitamente assente o almeno molto poco presente nel mondo moderno, dove il risveglio accade non solo in persone impreparate a comprenderlo e gestirlo, ma anche in contesti del tutto ignari della sua natura ed indisposti ad allinearsi ad esso, anzi spesso stigmatizzanti, segreganti ed opprimenti.

Così sarà opportuno organizzare un contenimento attorno alla persona in crisi, rivolto a misure base di sicurezza ambientale, come una stanza tranquilla, senza troppi problemi relativi agli oggetti contenuti che non debbano essere danneggiati, cibo e riscaldamento, etc. Presenza di due operatori, che a rotazione siano sempre presenti durante tutto il periodo della crisi o per il tempo necessario, operatori che potranno essere anche persone amiche del paziente, familiari, o operatori esterni,, e comunque adeguatamente preparati a questo scopo o sostenuto da figure professionali esperte.

10. In particolare: come si fa

1.

Due psichiatri, uno piuttosto giovane ed uno anziano, scendono dall’istituto in cui lavorano a sera, in ascensore.

Il giovane si lamenta: “Che stanchezza! Tutto il giorno che ascolto pazienti, nonne posso più! Mi hanno succhiato tutte le energie! Ma io non capisco, come fai tu, che lo fai da una vita, ad ascoltare tutti questi pazienti durante la giornata e ad essere la sera ancora così fresco e riposato e tranquillo?”

E quello anziano, dopo un attimo di sospensione, risponde:

E… chi ascolta?”.

La barzelletta sembra a prima vista indicare come bella pratica di questo mestiere si possa sviluppare col tempo un disinteresse, un distacco un po’ superficiale, un certo cinismo, anche, rispetto all’impegno partecipe che si può provare all’inizio della professione.

Tuttavia, ascoltando meglio il dialogo, l’anziano sta suggerendo al giovane il segreto per non essere stanchi: chiedersi chi è che sta ascoltando.

E’ forse la persona, l’identità dello psichiatra, che il giovane ha bisogno di sostenere, di colui che aiuta con sforzo, impegno, cercando di comprendere ed aiutare? Ed allora questo è faticoso, porta ad esaurimento, a essere stanchi “da morire”.

Oppure è una coscienza libera da questa identificazione, uno spazio vasto su cui prende appoggio il mondo, senza sforzo auto – sostenuto da questa neutralità amorevole, che con un sorriso accoglie quello che accade, senza attaccamento al risultato, senza difese personali, senza un ruolo da sostenere? Ed allora questo è leggero, è l’insostenibile leggerezza dell’essere.

L’anziano quindi sta dando una risposta doppiamente saggia.

Da una parte perché risponde dando un un consiglio che risponde davvero alla domanda del giovane, il quale forse nemmeno si era reso conto di fare una vera domanda.

Risponde inoltre saggiamente anche perché nasconde la profondità della risposta in una battuta paradossale e leggera, che assomiglia ad una pacca sulla spalla, che vorrebbe donarti un sorriso.

Una risposta che in effetti ti sta consigliando di morire, di non lamentarti della morte, che non funzioni quello sforzo, forse si tratta di lasciare stare quello sforzo egoico e di usare invece la forza della base.

Ti sta dicendo di morire a quella identificazione, nella professione e nella vita, ti sta dicendo, come disse il maestro, che “chi perde la sua vita la salverà”, ma non è un consiglio per il suicidio fisico, piuttosto di lasciare perdere quella identificazione..

E forse questo tipo di medicina, che l’anziano sta consigliando al giovane, è anche la medicina che consiglia anche per il paziente, ed è quella che a suo tempo, da un bel po’ ha preso anche lui …. Ecco come ha trovato quella pace e quel ristoro.

Morendo al “me”, ed aprendosi al Se’, c’è ristoro. Come consiglia Gesù:

Venite a me, voi che siete affaticati ed oppressi, ed io vi ristorerò”.

Nulla di cinico, quindi, ma nulla di personale nemmeno.

2. Come si esce dalla sofferenza, come si esce dall’inferno?

Rifacciamoci a un esempio classico, la Divina Commedia.

L’uscita dalla “etterna prigione”, dalla “valle inferna”, dal luogo stanno quelli “ch’hanno perduto il ben dell’intelletto”, avviene quando i pellegrini superano il fondo dell’inferno e si ritrovano sulla piaggia purgatoriale, dove risorge la speranza. Ebbene li accade l’incontro con Catone, guardiano della soglia della salvezza, lui pagano, lui suicida per difendere la libertà dalla dittatura di Cesare che aveva vinto.

Egli interroga i pellegrini sulle credenziali per potere passare, e verifica se siano morti a loro stessi.

La prima domanda che egli pone è la domanda fondamentale:

Chi siete voi? (che contro il cieco fiume/ fuggito avete la prigione etterna...)”.

Questa realizzazione di chi noi siamo veramente, della nostra vera natura, il “mi ritrovai”, è il lasciapassare, il viatico per procedere.

La rinuncia a Satana, all’ego, è il fattore fondamentale, il non essere più cattivi, ossia “captivi”, ossia prigionieri, catturati dal complesso attrattivo costituente l’identificazione.

Chiarito che siamo liberi, grazie all’ardente desiderio di libertà di Dante, più forte della vita, (“libertà va cercando che è si cara /come sa chi per lei vita rifiuta”), ed alla Grazia Divina, in finale di dialogo Catone affronta una domanda di appendice di Virgilio.

Il poeta infatti dopo avere detto che il viaggio è voluto dal cielo e che lui è inviato da Donna del ciel, (Maria, Lucia, Beatrice), chiede il passaggio anche per l’amore che Catone porta ancora a Marzia, poiché anche Marzia prega per il loro viaggio e passaggio.

Catone risponde però osservando come chi sta nel limbo, dove si trovano Virgilio e Marzia stessa, è ancora nella condizione di non salvo da se stessi, di un qualcuno che ancora in fondo non si è liberato dall’ego, sebbene non peccatore.

Così, sebbene in vita egli avrebbe fatto qualsiasi cosa Marzia avesse chiesto, nella presente condizione in cui lui è stato tratto fuori da quel regno, in cui è di là dal mal fiume, dal fiume Acheronte, per Grazia divina, ella non può più muoverlo, smuoverlo, attrarlo, piegarlo verso di sé.

Nemmeno per amore, quindi, nemmeno per il sentimento più elevato che una persona possa provare, si passa qui.

Non per quell’amore, l’amore personale, qui ci si muove; bensì solo per l’amore con la A maiuscola, quello senza interesse personale, quello incondizionato.

Non condizionato dalla identificazione al me.

Quell’amore superiore consente il passaggio senza bisogno di preghiere personali, e questo amore universale, non egoistico, è il lasciapassare, la credenziale, per procedere nel regno del purgatorio e quindi subito dopo del paradiso, perché qui non c’è più identificazione colla persona. Ora non siamo più mossi dal me, siano mossi dal Sé. La prima frase di Virgilio corrispondentemente è: da me non venni, non sono io che muovo i passi per mia volontà verso di te, essi sono mossi.

Così’ finisce il dialogo, che era iniziato proprio con la medesima precisazione. Possiamo osservare che la domanda che fa Catone è la stessa cui si riferisce lo psichiatra anziano nella barzelletta riportata più sopra. La prima frase di Catone infatti era stata: chi siete voi? Che agisce quindi? Ed è la stessa domanda cui si indirizza l’anziano psichiatra.

3. Ritrovarsi

L’anziano psichiatra e Catone invitano entrambi ad ascoltare qualcosa che è prima, che è dietro la mente, di spostare la propria attenzione verso l’ascolto di ciò che ascolta, di osservare ciò che sta osservando.

Durante una seduta solitamente insisto molto su questo aspetto terapeutico fondamentale, ossia sul riconoscimento di ciò che è sempre presente e costante al di sotto degli alti e bassi che travagliano i miei pazienti, di ciò che sta prima, dopo, sotto le parole, le emozioni, le memorie ed anticipazioni. Li invito ad ascoltare lo sfondo, di portare l’attenzione indietro per così dire, e rimanerci mentre la danza della mente prosegue da sola.

Certamente in questo i pazienti non sono tutti eguali, non hanno la stessa capacità di distacco ed auto osservazione.

Soltanto coloro che sono già pronti ad un distacco maggiore, a percepire se stessi come ciò che percepisce, a percepire il soggetto e non il mondo degli oggetti e delle relazioni, il mondo delle persone, potranno comprende e in sostanza questo invito.

Come dice un altro proverbio, chiarissimo se ascoltato come la barzelletta di prima ad un secondo livello di significato: “Chi cerca trova”

Il proverbio ha un verbo, cerca; si tratta solo di tre parole, cosa devi cercarlo te lo dice chiaramente, cerca colui che cerca, chi cerca, non cercare un oggetto percepibile, un qualcosa oggettivo. Cerca il cercatore, ascolta ciò che ascolta, guarda verso ciò che sta guardando, cosa vedi? Nessun oggetto ed un soggetto presente, chiaramente presente, ma invisibile. Questo trovi, quando chiudi gli occhi, prima che la mente riprenda ad immaginare, e tu sia di nuovo distratto verso un oggetto sottile mentale e riparti per la tangente.

4. Chiudi gli occhi


Chiudi gli occhi e sei invisibile

Soffermiamoci un attino sul gioco infantile che ricordavamo adesso. Non so se ricordate come da bambini a volte facevamo quel bel gioco, quello di chiudere gli occhi per un momento, magari aiutandoci anche colle mani davanti agli occhi stessi.

Come per lo struzzo, mettere la testa sotto la sabbia risolveva ogni problema del mondo che ci stava davanti; magari uno spavento improvviso, una emozione troppo forte ci faceva fuggire da li, verso il nostro paese di origine, il nulla.

Ridevamo di questo modo di esorcizzare una paura, fuggivamo o tornavamo a pieno diritto a casa, dentro quello spazio che subito si mostra e percepisce, quando il mondo viene chiuso, chiudendo gli occhi, quando tutto scompare, come quando andiamo dolcemente a dormire, e scompari anche tu.

Quello che trovavamo allora, e che troviamo anche ora appena ascoltiamo assai, è uno schermo buio, non si vede più niente, improvvisamente: buio e basta.

Scompare tutto, troviamo solo il nulla.

Il nulla, e noi stessi.

Quello che troviamo è che non c’è più niente, deserto diciamo, ma che noi ci siamo sempre. Ci siamo come presenza, non come persona.

Troviamo che questa consapevolezza siamo, che ci siamo sempre stati, che ci saremo sempre, ad ogni verifica ritroviamo noi stessi, c’è il “mi ritrovai” dantesco, semplice, gratuito, immediato, facilissimo! Disincarnati all’istante, per un attimo….

Quel gioco era facile quando eravamo meno costruiti, meno catturati dalla ipnosi della mente, quando non credevamo ancora a niente e percepivamo tutto ed anche il mistero. Ora da grandi vedi in fondo come siamo piccoli, non ci ricordiamo nemmeno come ci chiamiamo davvero, il nostro vero nome: IO.

Nell’esercizio consigliato dal proverbio, ascolta assai, può quindi accadere che dall’ascolto dell’energia senza nome, senza forma, senza storia, dalla sacra energia che ci abita, possiamo ricordarci, ripercepire, spostare la attenzione dall’oggetto al soggetto, da questa ricerca di un oggetto da percepire ci si renda conto di ciò che percepisce, sempre presente, fondamento di ogni percezione e presente anche in assenza di percezione.

Ricorderete anche il gioco di mosca cieca! Anche lì la mancanza di visione, per la quale non si sa se ci sia qualcuno o meno, è il fulcro del gioco: stai cercando di identificare qualcuno, devi trovare un corpo e riconoscere una identità, ma si tratta di te! Se ci riesci infatti ti togli la benda, e sotto al prossimo, finché tutti ci re identifichiamo, o siamo identificati da fuori, dall’altro. E’ questo il processo che accade da piccoli, la madre, la famiglia, la scuola gli amici, tutto ci porta ad essere un qualcuno, un vero ometto o donnina, cosi’ la coscienza inizia il condizionamento, essere un corpo, un personaggio specifico, e poi avere un ruolo, un identikit.

In questo gioco sperimentiamo il processo di incarnazione, diventiamo di nuovo qualcosa di definito, una identità, un nome, un corpo, una forma.

Anche nel gioco di nascondino, si perde la vista e la capacità di identificare, stando nel luogo centrale, l’albero della conta a rovescio, dove il tempo si inverte, dove non vedi più nessuno; e il divertimento consiste nel ritrovare da dettagli corpi e nomi, e questo libera dal gioco, anche se questo processo è ostacolato ed impedito dalla capacità di chi potrebbe essere visto di andare lui all’albero centrale, e liberare tutti dall’essere trovati e fatti uscire dal gioco, tana libera tutti!

5. Chiudi gli occhi e diventi invisibile8

Riportiamo uno studio di Russelle Bullard, volti ad indagare cosa accada nella psiche del bambino quando chiude gli occhi. Questi autori avevano osservato che Il bambino pensa di diventare invisibile agli occhi dell’altro quando chiude gli occhi. Russell ha replicato uno studio di Flavell (1980) chiedendo ad un gruppo di bimbi tra i 3 e i 4 anni se, indossando una maschera che tappava i loro occhi, se così facendo essi fossero visibili alla persona davanti a loro. In una seconda condizione, è stato chiesto ai bimbi se il ricercatore, indossando una maschera simile con occhi tappati, fosse visibile agli occhi di un altro adulto, testando quindi se la credenza fosse attribuita solo a se stessi o anche agli altri (prima e terza persona).

Tutti i bambini asserivano che indossando occhiali opachi non erano visibili all’altro e credevano che lo stesso accadesse all’adulto che indossasse gli occhiali che nascondevano gli occhi. Al contrario, sostenevano che sia la loro testa che quella del collaboratore rimanesse visibile. Nonostante la consapevolezza del corpo visibile, bastano gli occhi chiusi per pensare di essere invisibili!

I bimbi che chiudono gli occhi credono di non essere visibili all’altro, nonostante il fatto siano consapevoli che la loro testa e il loro corpo rimangano esposti e visibili. Insomma, è come se, nel chiudere gli occhi, il loro sé fosse nascosto mentre tutto il resto rimane visibile agli altri.

In altri studi, la maggior parte dei bambini si sentiva invisibile fin quando non entrava in contatto con lo sguardo del collaboratore. La questione è affascinante perché molto spesso noi identifichiamo una persona con il suo corpo. Questa linea di ricerca empirica dimostra che non è così. Forse perché nel concepire la presenza o meno di qualcuno non stiamo parlando del corpo fisico, ma di un’entità mentale.

Anche in clinica gli occhi sono importanti nel racconto dei disagi emotivi dei pazienti. Essere osservati può scatenare diverse reazioni, improvvise accelerazioni somatiche, significativi tentativi di fuga o di attacco, la percezione improvvisa di perdere qualcuno di importante. Essere all’altezza, essere riconosciuti, essere visti, oppure essere trascurati, non essere visti, non essere degni di un’occhiata: sono scene che fanno parte di tante storie personali, che chiedono di poter chiudere gli occhi senza paura di rimanere soli.

6. Perdersi e ritrovarsi: le reazioni

Di fronte ad un evento esterno o interno, possiamo reagire accogliendolo ed attraversandolo, oppure reagendo ad esso, difendendoci, chiudendoci.

Questo è un atteggiamento che possiamo chiamare ego sintonico o ego distonico.

1. Quando rifiutiamo quello che ci accade ci mettiamo di traverso, ci opponiamo alla perdita di identità, al processo di rinascita, sviluppiamo sintomi di resistenza, di fuga o controllo, manifestiamo un disagio egoico che appare in primo piano. Non è più un gioco, è seriamente una tragedia, vorremmo non essere li.

Nella crisi di identità l’atteggiamento ego distonico costituisce buona parte della esperienza infernale di sofferenza, la parte più oscura della psichiatria.

Non siamo così contenti di questo bel gioco, perché sentiamo che abbiamo qualcosa da perdere, qualcosa da difendere: la nostra identità, quello che crediamo di essere.

E quando accade che casca il mondo, e casca la terra, e non c’è più niente, ti potresti molto spaventare, poiché nella testa ancora parla la vecchia identità che sente questo dissolversi, crollare.

Mi vengono in mente sogni di pazienti in cui la gente è senza volto, o il soggetto stesso lo è, ad indicare questo non riconoscere più i connotati, la identità dell’altro o di se stessi. Ebbene, il risveglio da un simile sogno accompagnato da angoscia è connesso appunto a questo sparire dalla carta di identità. Un processo analogo, in forma meno marcata, è quello in cui il sognatore perde una persona cara, e si sente perso egli stesso, o non ritrova i documenti, la borsa, non ricorda dove abbia parcheggiato la macchina, etc.

2. In altri casi possiamo osservare una atteggiamento ambivalente, di accettazione e di resistenza insieme, potremmo far fronte alla situazione e razionalizzando, psicologizzando. Molte psicoterapie prendono questo punto di partenza, cercando di rinforzare l’ego del paziente in crisi per aiutarlo a riconfermare il suo equilibrio.

In questo da una parte fanno bene e vengono incontro al desiderio del paziente di non sentire quel senso di perdita o morte, ma no lo aiutano in questo senso ad attraversare tale condizione.

Nel paziente è come ci fosse un conflitto inconscio al riguardo:

Sparire o non sparire, essere o non essere, questo è il dilemma.

Una terapia transpersonale dovrebbe tenere conto della paura dell’ego ma anche dell’emergere, in uno spazio di coscienza più ampio e impersonale che già siamo, della coscienza del Sé. Allora oltre alle condizioni ego distoniche che abbiamo accennato la persona dovrà essere aiutata a riconoscere gli stati di espansione, di estasi a volte, di pace che accompagnano questo riconoscimento e fanno da sfondo, da base su cui portare la propria attenzione durante la trasformazione.

3. In altri casi infine sembra che l’esperienza si possa accogliere, sentiamo con chiarezza che qualcosa in noi dice che tutto questo processo accade per un bene maggiore, che in fondo finirà bene. Sappiamo da qualche parte dentro di noi che non si tratta di tragedia, ma di qualcosa di incomprensibile di cui tuttavia ci possiamo fidare, e nonostante tutta la sofferenza ci fidiamo, ci fidiamo di noi in fondo, della nostra natura più profonda.

In questo caso la condizione è meno ego distonica, e col passare del tempo potrebbe essere addirittura divenire ego sintonica, venire persino percepita come una fortuna, una grazia, un percorso verso un lieto fine, anche se si deve attraversare il deserto, la morte psicologica.

Si percepisce questo trasformarsi come una divina commedia, a lieto fine.

In questi casi si assiste ad un ritrovarsi così mutati che si è grati della trasformazione avvenuta, Deo Concedente.

La coscienza stessa viene intuitivamente, semplicemente e subitamente a volte ritrovata e riconosciuta come fondante e semplice base, come casa, come essenza, come farmaco e fonte di salute. Non occorre molta psicoterapia qui, potrebbe bastare una indicazione, un koan, un :”Aha!! Ho visto! Ho capito”.

Questa è l’ultima salute di cui parla Dante, questa è la fontana centrale, la fons vitae, facilmente percepibile se facciamo un attimo di silenzio e ci apriamo alla sorgente, al mistero che siamo.

Questo processo di ritorno, qualora accada sino in fondo, è la meta più preziosa, ci ricongiunge al presente, a ciò che sorge, a questo.

A questo punto c’è solo quel che c’è. Quel che non c’è non c’è, è fantasia.

7. E dopo? La meraviglia di ritrovarsi: Chiudi gli occhi e vedrai

Alla fine della storia vedrai che non c’è qualcuno; scoprirai che chi c’è non è una persona: non c’è nessuno.

Una bimba piccolina si batte sulla testa, come stesse bussando alla testa maliziosetta, e dice:

-“Toc, toc!!Ho bussato. … non c’è nessuno!”

In effetti non c’è qualcuno dentro di noi, quando chiudiamo gli occhi. O meglio, c’è qualcosa che non è una cosa, un soggetto che non è una persona con un corpo, una storia, condizionamenti ed ostacoli; non c’è nessuno di preciso, ma quel che si trova è una pura presenza costante, semplice, molto chiara, presente ovunque, illimitata, invisibile.

Se ci pensiamo bene, questa è la definizione di Dio.

Dialogo con una bimba piccolina:

-”Bella, Chi è che sta guardando attraverso i tuoi begli occhietti?”

-”Dio!”, risponde pronta lei.

-”E tu lo sai come lo chiami? Lo chiami Io…. “

Infatti, anche nella preghiera, quando chiudiamo gli occhi, ci ritroviamo uniti al senza forma, al Se’.

Quello che chiamiamo io è Dio in fondo, a ben guardare.

Quando chiudi gli occhi la divisione che c’è nel mondo sparisce, la separazione che sentiamo tra noi e gli altri, svanisce, perché svanisce la identificazione con l’ego, siamo noi che spariamo, per questo scompare il senso di separazione.

Allora non ci sentiamo più soli, perché quel senso di solitudine derivava dall’isolamento, dalla contrazione rispetto al campo di coscienza. Allora la percezione è quella di unità, di un “uno”, un uno che non è altro che sensazione; svaniscono, scompare ogni immagine, quello che davvero sei è percepibile ma invisibile; percepisci l’essenziale, ma non il superfluo. Quando hai gli occhi chiusi invece che pensare a quello che ci sta intorno, non sai dove ti trovi.

Potrebbe anche accadere spontaneamente, e non come un gioco; o forse è la vita che gioca con noi.

In una poesia di una amica, si legge:

In mezzo ad un folla di gente

smetti di esistere.

E resta solo essere cullati dai suoni, o spinti dai vuoti che poi non sono vuoti.

E’ tutto un pullulare di particelle

questo stare qui…..

Ecco, qui finisce la psichiatria: la mente interpretativa svanisce, ed il personaggio con essa; c’è solo percepire il soggetto percipiente, e riconoscere che quello sei.

Senza separazione, senza sofferenza di qualcuno, c’è solo quello che c’è. E se ci fosse sofferenza non sarebbe la sofferenza di un qualcuno, ma solo una sensazione che non accade a te, ma accade in te.

Accade come fenomeno, come quello che è, senza memoria essenza desiderio, senza tempo e durata, come un’onda nel mare; proprio come la gioia o la serenità, colori di una tavolozza divina, di una Divina Commedia.

1V. Libro del dr. Lee Sannella, Kundalini, psychosis or transcendence.

2 Nella Commedia è rappresentato da Beatrice che eleva il pellegrino al sommo dei cieli interiori ( la corona, il fiore dai mille petali, la candida rosa).

3 Di questo parlano le tradizioni spirituali e religiose in genere, ad esempio nel cristianesimo il fuoco dello Spirito Santo.

4Questo spesso nei pazienti e nei medici a formazione materialistica portano ad una serie non piccola di indagini su cosa nel corpo possa essere malato, prima di essere indirizzati allo psichiatra o dallo psicologo.

5 Secondo Ken Wilber infatti potremmo classificare lo spettro della coscienza in vari stadi, che l’umanità ha trascorso nei secoli e che anche a livello individuale possono manifestarsi in successione, ossia : arcaico, magico, feudale, moderno, post moderno, ed integrale.

6 I traumi infantili inoltre in parte rientrano nel punto precedente, come quando ad esempio in un trauma infantile il genitore non ha potuto proteggere il bimbo, che si è sentito tradito ed orfano, come in un lutto insomma.

7 Oggetto di questa variabilità nelle regressioni e negli esiti dei processi attivati dagli SAC sarà un articolo a parte.

8Russell, J., Gee, B., & Bullard, C. (2012). Why Do Young Children Hide by Closing Their Eyes? Self-Visibility and the Developing Concept of Self Journal of Cognition and Development, 13 (4), 550-576 DOI: 10.1080/15248372.2011.594826

Libri sulla psichiatria Transpersonale

Ho scoperto, girando sulla rete, che non c’è moltissimo sulla psichiatria transpersonale all’estero, moltissimo invece sulla psicologia transpersonale.

Segnalo un bellissimo libro di John Nelson, “Healing the split”, del 94, in cui fa un esame approfondito sia della psichiatria di cui è , si sente, esperto, e delle terapie e teorie energetiche, agganciando i quadri psichiatrici a limitazione di evoluzione di specifici chakra, in maniera forse un po meccanicistica ma interessante. La sua scrittura è bella e ricca, ed arricchisce. La prefazione è di Wilber che lui molto ammira, giustamente.

Purtroppo solo in inglese… ecco il riferimento:

Healing the Split: Integrating Spirit Into Our Understanding of the Mentally Ill.

Ecco una introduzione:

“I
legami tra follia, genio creativo ed esperienze spirituali hanno
stimolato filosofi e scienziati per secoli. In Healing the Split,
John Nelson porta le affascinanti idee della psicologia
transpersonale nella pratica in modo che possano essere applicate per
spiegare gli effetti bizzarri della follia nella mente umana.
Basandosi su una vasta conoscenza della filosofia orientale e della
neuropsichiatria tradizionale, fa convergere la distanza tra punti di
vista ortodossi e alternativi con un approccio globale che supera
entrambi. Partendo dalle posizioni cui erano giunti R. D. Laing e
Thomas Szasz, Nelson rivede e espande le loro vedute radicali alla
luce delle neuroscienze. Si rivolge poi all'antico yoga tantrico per
una sintesi che mette insieme cervello, psiche e spirito in una nuova
e avvincente concezione della malattia mentale.
Per
i professionisti che cercano di soddisfare le esigenze dei loro
pazienti in modo più creativo, questo libro offre una sintesi unica.
Per le persone in crisi emotiva, chiarisce le distinzioni tra la
psicosi incurabile, le crisi temporanee al servizio della guarigione
(emergenze spirituali) e le evoluzioni psichiche. E per chiunque
fosse interessato al funzionamento apparentemente inspiegabile della
mente umana impazzita, questa affascinante esplorazione degli stati
di coscienza psicotica sarà una lettura eccitante.”

Un ‘opera del 99 invece, a più mani, è “Textbook Of Transpersonal Psychiatry And Psychology” 1st Edition, di by Bruce Scotton , Allen Chinen, John Battista, sempre in inglese…

Ecco la presentazione:

Questo  libro riunisce il lavoro di importanti studiosi e clinici presso importanti università e centri medici sui benefici e sui rischi della terapia transpersonale. Dopo aver confrontato una varietà di approcci multiculturali - il buddismo Zen, la fenomenologia esistenziale e il misticismo cristiano, tra molti altri - il libro offre informazioni su disturbi specifici e l'applicazione di tecniche di psicologia transpersonale come visualizzazione, breathwork e "regressione a vite passate" . Con una solida cultura, ampia visione  e stile accessibile, questo libro di Psichiatria e Psicologia Transpersonale può  aiutare studenti, ricercatori, clinici e lettori laici interessati ad una visione piu ampia”

Ulisse e il folle volo

 

1. L’Ulisse di Dante

L’eroe omerico viene rivisitato da Dante con significative variazioni, allo scopo di illustrare una tematica centrale nella Divina Commedia ed a lui molto vicina, il desiderio di conoscenza.

In rapporto al pellegrino, passato per l’Inferno allo scopo di liberarsi dal peso della identificazione egoica, Ulisse appare come un eroe negativo, una controfigura dannata della salvezza di Dante.

Re di Itaca, figlio di Laerte e di Anticlèa, figlia di Autòlico, a sua volta figlio di Ermes, ascendente divino di cui Odisseo eredita non pochi tratti caratteriali. Le testimonianze post omeriche ne fanno talora un figlio dell’astuto Sisifo, che avrebbe ingravidato Anticlèa un giorno prima del suo matrimonio con Laerte (per esempio VirgilioEneide VI 529; Ovidio, Metamorfosi XIII 31 s.

Odisseo è per eccellenza il polúmetis, l’uomo «molto astuto», maestro di inganni, menzogne e raggiri, in tutto rispondente al tipo del trickster (il ‘briccone’ rituale), come del resto il nonno Ermes. [1]

1. Ottavo cerchio, ottava  bolgia

Posto  con i consiglieri fraudolenti, ossia condottieri e politici che non agirono con le armi e con il coraggio personale ma con l’acutezza spregiudicata dell’ingegno, la grande figura tragica di Ulisse campeggia su questo canto.[2]

Il canto prende avvio  con una critica alla altezzosità di Fiorenze, testimoniata dalla targa sul palazzo del Bargello, dove si diceva che  “erano allora i Fiorentini sparti molto fuor di Fiorenza per diverse parti del mondo, ed erano in mare e in terra, di che forse li fiorentini se ne gloriavano”.

I due pellegrini stanno discendendo i gironi di Malebolge, e in particolare visiteranno adesso l’ottava bolgia di questo ottavo cerchio.

Il canto reinventa il viaggio omerico  di Odisseo, da Gaeta al monte purgatorio nell’altro emisfero, nel “mondo sanza gente” che  termina tragicamente,  all’inferno, prigione etterna e tomba.

Il messaggio morale del canto è che  sebbene l’ingegno sia un dono di Dio, il desiderio di conoscenza può portare alla perdizione, se non è guidato dalla virtù cristiana.[3]

Giunti sul ponticello che sovrasta la bolgia ottava,  Dante ci racconta di avere provato  un grandissimo dolore nel vedere le pene di questa bolgia,  grande a tal punto da indurlo a tenere a freno l’ingegno perché non superi i limiti della virtù. Egli spera che l’influenza degli astri (“stella bona”) o la grazia divina (“miglior cosa”), che lo accompagnano non gli vengano meno a causa  di una azione dell’intelletto mal guidato. Da  qui la necessità di affrenare l’ingegno e contenerlo nei limiti di una norma, religiosa, sacra.[4]

I due viandanti scorgono fiammelle nella vallea, che rinchiudono peccatori.

Trovo molto interessante il fatto che questa anime siano rinchiuse in un fuoco.

Le fiamme di questa regione di inferno bruciano in una regione dove quasi, solo un cerchio più in basso, si gela. Cocito infatti, il cerchio nono, è tutto ghiacciato dal vento che Lucifero  produce con le sue sei ali, serafino decaduto, e nella ghiaccia delle sue quattro regioni racchiude i dannati come pagliuzze nel vetro, gelati e bloccati fuori e dentro. 

Le anime dell’ottavo cerchio vengono invece presentate avvolte da una veste di fuoco, ma dentro sono fredde all’amore, al principio  di riunificazione con Dio, sono avverse a quella logica, come Lucifero.

La passione che le ha animate in vita, ed ancora  percepibile  nel regno dei morti, è un fuoco che tormenta, ma non li scalda, che li rapisce ma non li salva, che parla ma di un viaggio   che non  raggiunge la meta, un fuoco diviso in sé e da Dio, che non  trasforma i loro cuori.

Ciascuna fiamma si muove racchiudendo in sé un peccatore, imprigionandolo, ma anche al contempo involandolo, ossia portandolo via come in volo. Ulisse è ancora qui nel folle volo.

tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ‘l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.»

2. Il peccato di Ulisse

La bolgia punisce i consiglieri fraudolenti, che hanno usato il loro ingegno consapevolmente per  consigliare male il prossimo. Ulisse ha qualche buona ragione per essere accomunato a costoro.

Egli ha in effetti dato il consiglio fraudolente per il quale   si poté entrare in Troia,  ed ingegnosamente smascherato Achille dal suo nascondiglio per  portarlo a combattere  a Troia[5];  davvero  con Diomede fu il responsabile del furto del Palladio e con lui  nella fiamma si trova ora rinchiuso. 

Tuttavia  il peccato, la caduta di Ulisse di cui si occupa Dante per tutto il canto è di altra natura, da quello di altri peccatori di questa bolgia, come testimoniato dal racconto, e ci consente di fare riflessioni più ampie, che riguardano l’inferno nel suo complesso.

Si tratta di un peccato che descrive da vicino Lucifero stesso, “lo imperador del doloroso regno”, e  che Dante sente molto vicina come possibilità. Lo vedremo emergere lungo il racconto.

È un peccato di malizia, certo, dovuto all’ingegno non  frenato dalla virtù del cielo ma al servizio  di sé stessi, e ciò  porta ad una divisione tra gli uomini. Ma l’ingegno qui non è usato male per danneggiare il prossimo, poiché alla fine è Ulisse e i suoi che subiscono il danno.

È l’inganno che la mente astuta stessa manifesta, la possibilità di usare fino in fondo questo strumento per la massima meta umana, conoscere, conoscere tutto.

Lo stesso peccato di Adamo ed Eva, conoscere il bene ed il male,  divenire come Dio.

Cosa che va ben al di la di un consiglio fraudolento.

I consiglieri fraudolenti danno consigli che non hanno morale, non frenano davanti al diritto di giustizia, rispetto e verità, come arma subdola, impropria scardinano, vincono, tradiscono, la loro logica è che il fine giustifica i mezzi. Purché pero qualcosa giustifichi i alfine….

Come possono queste anime fredde vivere in un fuoco senza scongelarsi?  È certo può sembrare che l’Ulisse di Dante sia una anima passionale, animata da sacro fuoco,  ed è presentata come un’anima ardente. Ci vuole passione, per osare  di superare ogni limite, come fece il nostro eroe negativo; ci vuole passione per combattere una guerra per nove anni, per desiderare piu di ogni altra cosa, più dei piu cari affetti, di andare oltre, di rischiare tutto, di volare oltre; un folle volo.

Ma che tipo  di fuoco lo animava, ci chiediamo allora.  Un fuoco ingannevole. Ghiaccio bollente.

L’inganno della mente è la base del peccato di questa bolgia, l’inganno con il quale Ulisse  vuole ingannare Dio stesso, giungendo al paradiso terrestre, dopo che  dal tempo di Adamo nessuno vi aveva mai piu messo piede,  senza permesso divino, dandosi l’autorizzazione da solo.

L’inganno inoltre è rivolto anche ai danni dei suoi compagni, che infine trascinerà con sé nella sciagura.

Ed ancora  l’inganno si rivolge anche ai legami sacri familiari, alla patria, per questa passione, ai danni di ogni norma morale.

Questo matrimonio con un ingegno disposto a  tutto indica una fredda lungimiranza, priva di empatia ed umanità, una logica diabolica di potere e di successo. L’ardore che anima Ulisse, di conoscere il bene ed il male, non è un ardore d’amore ma di potere.

Il tema è di estrema attualità, in un mondo sempre piu dominato da poteri forti sprezzanti dell’unione tra i fratelli sotto lo stesso cielo, dalla Intelligenza artificiale che incanta e tradisce la salute e legami tra gli uomini, dove il danaro è separato da lavoro, la materia dalla spirito.

È un  fuoco che  non riscalda, rischiara appena la notte,  a testimonianza ed a monito per le anime dannate.

L’unica fiamma contiene due peccatori, non li riunifica se non per la pena, ma  li tormenta, come tormentata è  la punta di fiamma che inizia a raccontare la tragedia di questa odissea, tormentante e doppia, divisa in sé stessa:

Oh voi che siete due dentro ad un foco … 

La  fiamma doppia gli ricorda Eteocle e suo fratello Polinice. In Stazio e in Lucano si racconta che anche le fiamme della pira su cui bruciavano i loro corpi si divisero in due, come se continuassero ad odiarsi anche dopo la morte, un odio eterno.

Il nome  Odisseo pare significhi proprio questo:  colui che è odiato.[6] Il nome Ulisse invece significherebbe  colui che è ferito all’anca, epiteto formato da due parole in riferimento a una ferita riportata alla coscia in una battuta di caccia al cinghiale. [7] 

La ferita dell’anima o del corpo, da parte dell’odio (Osho sosteneva che l’opposto dell’amore non fosse la paura, bensì l’odio), la ferita che Lucifero personifica e infligge alla anima altrui riguarda la separazione. Questa. è morte, odio per la vita e per l’amore, rifiuto, dolore.

Ulisse è ferito nell’anima, è una anima dentro cui c’è la morte.

Come sia poi morto Ulisse non è chiaro, nell’Odissea.

Pare inoltre che  Dante non avesse letto Omero nell’originale, non conoscendo probabilmente il greco,  ma conoscendo le traduzioni in latino. Certo è che nella trasposizione dantesca, l’eroe tragico di Itaca muore al divino, alla luce.

Il suo ego è annientato, ucciso, la sua anima perduta, il suo corpo bruciato nella separazione da sé stesso. Questo forse è il significato di trovarsi nel fuoco con uno come lui, Diomede.

Virgilio  lo invita a restare, a fermarsi, ad essere visto ed ascoltato  in un momento di riposo, fuori dal tormento. La fiamma infatti tormentata dal vento, dal fiato che esce per parlare con quella lingua, lingua che  ripete il tormento ed a cui Ulisse stesso assiste come un cronista, senza riscaldarsi, attonito.

L’energia si muove in su come una fiamma, la quale mena tutte queste anime. Ma il fuoco infernale, l’energia che muove tutto nell’universo, è la energia spiraliforme   della Kundalini,  e che muove quindi ogni altra anima, ad esempio  quelle di  Paolo Francesca. Anche in quel caso la tormenta posa un attimo, e il dialogo si svolge fuori dalla fretta, dalla pena, dalla confusione, in un silenzio dove  il racconto e la tragedia si amplificano.

È sempre come  un fuoco che li rapisce, che se li  porta via  contro la loro volontà, come contrappasso,  e li  travaglia, e li affatica. v

Virgilio così interpella i dannati:

non vi movete; ma l’un di voi dica

dove, per lui, perduto a morir gissi»

Ed ecco che inizia la voce del racconto, voce che sorge  come da ventriloquo, come da fiamma che parla, e non da persona che sia ancora in grado di dire qualcosa di sé.

Anche nella dannazione, Ulisse è  maggiore, superiore, al suo compagno di pena:

“Lo maggior corno della fiamma antica

comincio a crollarsi mormorando

pur come quella cui vento affatica

indi la cima qua e la mendando

come fosse la lingua che parlasse

gittò voce di fuori, e disse “Quando” …”

3. Il viaggio di Ulisse

Il racconto prende avvio da un tempo ed un luogo di perdizione,  da Circe.

Un anno e piu, un ciclo completo di tempo. Gaeta prende il nome da Caieta, la amorevole nutrice di Enea, morta e colà sepolta. Quindi un luogo di morte per il pio Enea, di una madre buona. Morte dell’amore, ossia un luogo di un femminile di morte, di una maga che uccide l’anima, che imprigiona  gli uomini suoi prigionieri trasformandoli in corpi animali, signora di una grotta tenebrosa quale  la voragine di Lucifero.

Circe, secondo una tradizione, è figlia del Giorno e della Notte.

Dante parte dal fatto che Ulisse era già un dannato prima di cominciare il suo viaggio dannato. La storia ci dice che egli era gia soggetto a questa forza erotica discendente, ed aveva persino, pare, concepito un figlio con lei. In una versione dell’opera omerica , questo figlio, di nome  Telegono, alla fine  lo ucciderà non riconoscendolo.[8]

Partire da Circe tuttavia sarà come portare Circe con sé. E non è l’amore che  guida Ulisse,  non quello per la maga amante, non l’amore per i familiari (padre, figlio e moglie) lo guidano.

Al contrario, il nostro eroe non terrà conto alcuno di amore e saggezza, e  sarà portato via dal vento della superbia, dell’avidità, dal desiderio di tutto conoscere, di essere come Adamo dopo l’incontro col serpente, come Dio.

“né dolcezza di figlio, né la pieta

del vecchio padre, né ’l debito amore

lo qual dovea Penelopé far lieta,

vincer potero dentro a me l’ardore

ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto,

e de li vizi umani e del valore”;

Quindi Ulisse è attratto dalla passione ardente di conoscere il fondo  del pozzo, de li vizi umani, come dire la radice del peccato nell’uomo, il suo lato diabolico. Un versante umano senza cuore, senza luce, conoscere  ogni vizio umano, come anche ogni  valore umano.

Insomma conoscere quello che l’uomo può realizzare, visitare gli estremi suoi limiti, che lo confinano di qua dall’infinito, limiti che Ulisse  desidera ardentemente superare.

Non è certo “tutto io posso in colui che mi sostiene”,  o “tutto il potere viene da Dio”, o “io sono la matita di Dio”. Ma piuttosto: io farò quel che voglio io, e meglio di Dio.

Nulla, dice, lo poteva trattenere piu, nemmeno Circe, col suo potere, nemmeno i buoni propositi  di amore per i suoi cari, nemmeno Gesù Cristo lo poteva fermare.

Così da  il suo assenso al suo demone:

“ma misi me per l’alto mare aperto

sol con un legno e con quella compagna

picciola… “ 

Il mare è gia di per sé senza confini,  e poi è cosi alto, cosi ampio.  Omero  dice: “sul dorso ampio del mare”

La grandezza che egli  sormonta è la smisurata ambizione del suo ego; egli è gia divenuto infinito in questo partire  e proseguire, direi  in quel perseverare diabolico.

Un uomo piccolo, vecchio, lento,  di fronte al grande mare aperto armato solo di una barchetta, con pochi compagni macilenti.  Ma come lui animati dalla stesso ardore.

Il famoso  discorso che tiene ai suoi compagni fa  appello alla solidarietà: non negatemi la vostra adesione. E per ottenere questo assenso, si rivolge a qualcosa che in ciascuno  alberga, il desiderio di esser superiore agli altri uomini, a sentirsi superiori.

«”O frati,” dissi, “che per cento milia
perigli siete giunti a l’occidente,
a questa tanto picciola vigilia

d’i nostri sensi ch’è del rimanente
non vogliate negar l’esperïenza,
di retro al sol, del mondo sanza gente.

Considerate la vostra semenza:
fatti non foste a viver come bruti,
ma per seguir virtute e canoscenza”.»

Ora, la semenza potrebbe esser intesa nel senso di sperma, di liquido fecondativo, igneo, che da la vita, come  fa il creatore della vita.

Tuttavia seme indica anche l’origine, da cui  ogni cosa nasce; ed Ulisse chiede di considerare, di rivolgere attenzione passione e desiderio verso questa origine, in fondo verso Dio stesso.

Questa conoscenza trascendente fa uscire l’uomo dalla condizione di  bruto, dall’animale circeo, da cui  da poco lasciando Circe si erano  liberati.

L’eroe, il vero superuomo, seguirà la propria  legge, [10]  con tutto il suo cuore, con tutta la sua anima, con tutta la sua mente. In altre parole, con tutto sé stesso.

Questo discorsetto giustifica, ci da un alibi, per una partenza irrinunciabile, già decisa prima del discorso, carte false. Ulisse  non avrebbe potuto infiammare i loro cuori, già volevano andare, “a stento li avrei potuto trattenere”, dice.

Il viaggio si svolge dapprima  con dei punti di riferimento, a destra ed a sinistra, andando verso la strettoia, che apre poi all’infinito oceano. [11]

Siviglia, Ceuta, la Sardegna, così come  altre località mitiche e magiche incontrate, fanno ancora parte di un viaggio dove ci sono ancora anime vive, sebbene di un altro mondo, come  Polifemo, Circe e gli altri.

Ma dopo  quella porta, il silenzio  per lunghi mesi, un silenzio spettrale, in un deserto marino dove  non c’è anima viva. Non c’è vita, non ci sono le persone.

Le colonne d’Ercole sono una foce stretta, un monito, acciò che l’uomo piu oltre non si metta.

Superato il confine erculeo, superata la foce stretta, che  persino l’uomo piu forte del mondo  consigliava di rispettare, ci inoltriamo davvero di più in un specie di altro mondo.

Una foce stretta,  lo stretto di Gibilterra, una porta, e  un monito,

“dove Ercole fermò li suoi riguardi/

acciò che l’uom piu oltre non si metta”.

A questo punto nel silenzio, non c’è piu nulla da vedere, ed il mondo è deserto, è sanza gente, non c’è nessuno.

Dopo 5 mesi di navigazione essi si inoltrano verso la terra dell’ombra, dove  tramonta, muore il sole; e verso sud, attraversando l’equatore,  sotto il cielo dell’emisfero australe[12].

Qui accade la tragedia: la felicità  di giungere in vista di una montagna tanto alta quanto nessun’altra vista mai, di arrivare alla meta, si trasforma subitamente in pianto.

Infatti un turbo, un turbine, un tornado, un vento fortissimo parte dalla montagna da poco scoperta, ed investe frontalmente l’imbarcazione, facendola girare  per tre volte su sé stesa, fino a che la prua  si rivolse in giù, la poppa in su, e la nave fu sommersa dal mare:

” Noi ci allegrammo, e tosto tornò in pianto;
ché de la nova terra un turbo nacque
e percosse del legno il primo canto.

Tre volte il fé girar con tutte l’acque;
a la quarta levar la poppa in suso
e la prora ire in giù, com’ altrui piacque,

infin che ‘l mar fu sovra noi richiuso»

Tomba e discesa, termine inappellabile, la chiusa del canto e del viaggio di Ulisse indicano un giudizio divino che  nega la via della salvezza a chi non abbia ancora rinunciato a sé stesso.

4. Ulisse eroe o peccatore

Ulisse ci racconta sin dal principio soprattutto. del fuoco, della passione bruciante di andare fino in fondo, oltre ogni limite, di perdersi nell’infinito, nel senza limite della conoscenza, di quella conoscenza trascendente cha caratterizza la conoscenza superiore.

Egli così non avrà scrupolo, ma anzi desiderio di superare il confine,  segnato dalle colonne d’ercole tra il mare nostrum ed il mare oscuro, l’atlantico, infinito e deserto.

E lo farà  con tutti i suoi limiti, con una piccola barca e pochi compagni.

Sappiamo del suo viaggio per fare esperienza del mondo sanza gente verso occidente, finché si imbatterà nella montagna del purgatorio, della sua gioia di giungere dove nessuno dopo Adamo aveva  mai più osto il piede, e del suo pianto, per la divina reazione che decide definitivamente di fermarlo ed inabissarlo.

Dell’Ulisse omerico Dante conosceva poco, del  suo viaggio verso l’estremo Occidente, verso le  porte dell’Ade.

Diverse le fortune del personaggio nel tempo:

Odisseo non godrà di buona fama presso i tragici (tanto Sofocle nel Filottete, quanto Euripide nell’Ifigenia in Aulide e nell’Ecuba, ne enfatizzano i tratti di astuto, vile e spregiudicato ingannatore; nell’Aiace di Sofocle egli è tuttavia il solo a sostenere la causa di Teucro, che vorrebbe vedere onorevolmente sepolto il fratellastro, che di Odisseo fu acerrimo rivale); con le filosofie tardo-classiche ed ellenistiche Odisseo diventerà l’emblema dell’intelligenza e della determinazione, secondo una linea che sarà sviluppata dai cristiani e farà dell’eroe il simbolo dell’uomo che resiste alle tentazioni mondane[13]

Ulisse è il prototipo mitico della tragica ambiguità dell’uomo, e   va soggetto da sempre a valutazione ambigue.

Due le principali versioni[14]:

Un tipo di Ulisse, cinica canaglia che dopo 10 anni di guerre e altri 10 post bellici di bighellonaggi, invece di tornar a casa da figlio moglie e padre,  infatuato dalla smania senile di provarle tutte, violando ogni limite e mistero,  convince i suoi stracchi compagni   della demenziale  impresa, finche non si imbatte nel monte purgatorio al centro dell’Oceano;  dai tempi di Adamo persona viva nessuno vi era piu stato, e cercare di arrivarci cosi è abuso di  orgoglio,  e Dio punisce Ulisse come merita.

Un altro, incompatibile, di un magnanimo, che ha anche ordito inganni, che sconta, ma poi acceso dalla insaziabile passione di sapere e sapienza, rinuncia a tutto, padre figlio e moglie, e si inoltra, non per curiosità ma per esperire,  nell’eccesso di sé, una ascesi umanistica, per sentire l’impronta di Dio. Ma, essendo senza la Grazia, ecco che sconta con una morte di eroe la sua solitaria grandezza d’animo.

La dantistica piu recente propende piu per il secondo ritratto

5. Ulisse dantesco e Ulisse omerico

Due aspetti caratterizzano l’Ulisse dantesco.

-Il primo è l‘astuzia che gli ha meritato la collocazione nella bolgia dei fraudolenti;

-l’altro è il coraggio messo al servizio della conoscenza: l’errore sta nel percorrere questa strada senza la guida divina, il che comporta una gioia di breve durata (“Noi ci allegrammo e tosto tornò in pianto”, v. 136).

L’Ulisse di Dante non è l’eroe omerico del ritorno alla patria e alla famiglia: il suo racconto comincia dal momento in cui vince le arti seduttrici della maga Circe fino al folle volo passate le colonne d’Ercole. Non ignora gli affetti familiari, ma questi non lo sviano dal suo bisogno di conoscenza.

In Dante Ulisse chiama i compagni “fratelli” e li incita ad interrogarsi sul senso della vita, a non privarsi nell’ultima parte dell’esistenza della possibilità di continuare a conoscere, mentre l’Ulisse di Omero si preoccupava dei compagni e aveva nei loro confronti un rapporto più protettivo: voleva preservarli dai pericoli e perciò spiegò loro come difendersi dal canto ammaliatore delle sirene.

Dante condivideva e sicuramente non disapprovava l’amore per la conoscenza che arde in Ulisse,

come si evince fin dalla prima frase del Convivio: «Tutti li uomini naturalmente desiderano di sapere». Egli arriva a pregare Virgilio ben cinque volte di  fermarsi a parlare con le due anime nella fiamma:

«S’ei posson dentro da quelle faville 
parlar», diss’io, «maestro, assai ten priego 
e ripriego, che ’l priego vaglia mille,                              66

che non mi facci de l’attender niego 
fin che la fiamma cornuta qua vegna; 
vedi che del disio ver’ lei mi piego!».

6. Dante e Ulisse

Un parallelismo a questo punto si può istituire tra Dante e Ulisse: entrambi viaggiano spinti dall’ardore di conoscenza, entrambi si sono perduti (v. 3 del canto I: «ché la diritta via era smarrita»; vv. 83-84 di questo canto: «ma l’un di voi dica / dove per lui perduto a morir gissi»).

Ulisse non conosce questa grazia e rimane confinato entro la sfera puramente terrena, sensibile, del sapere: v. 115, «de’ nostri sensi», e soprattutto vv. 97-99, «l’ardore / ch’i’ ebbi a divenir del mondo esperto / e delli vizi umani e del valore»:

non vi è in lui nessuna tensione etica, morale, che rivolga la conoscenza verso un fine giusto (anzi, essa rimane sempre fine a sé stessa), e il suo desiderio diventa perciò negativo, tanto più che egli coinvolge in questo male i suoi compagni.

Dante al contrario è guidato, consigliato, accompagnato dalla Grazia, anche nella figura di Virgilio inviato dall’amore celeste (le tre donne del ciel che curan di lui nel cielo),

Il poeta  è invitato da Virgilio a tenere altro viaggio, non quello con l’ego di superare l’ego; e cosi passando pe  una morte iniziatica, fuoriesce alla luce legittimamente.

Ulisse al contrario non tiene altro viaggio, Dice di si, e usa male la ragione di cui tanto è dotato   dal cielo. Al contrari, egli impiega  la ragione identificata con l’ego per  travolgere le porte del cielo. Egli  tiene non “altro viaggio”, bensì il viaggio che  la sua bramosia  gli consiglia, e che lui asseconda. 

Ma le porte del cielo subiscono violenza, dice Dante in un passaggio del paradiso,[15] solo per amore e speranza, non aprono a coloro animati da competizione ed arroganza.

Ulisse  è l’eroe negativo, la controfigura di Dante, la parte dannata e dannosa della ricerca luciferica di giungere al tutto, senza perdere nulla.

Dante  indica qui l’importanza che lui stesso dava alla conoscenza, che non ha né età né limiti: gli affetti più grandi non sono riusciti a vincere nell’animo di Ulisse il desiderio di conoscenza,

Ma di quale conoscenza si tratta?

Dante considerava la ricerca e il conseguimento delle virtu’ e della conoscenza, cioè del sapere trascendente la vera ragione dell’esistenza umana.

L’ansia di ricerca e di conquista di umane cose, spinta all’estremo limite, che nella tradizione antica costituiva la peculiarità positiva dell’eroe omerico, in Dante diventa il peccato che condanna l’eroe 

Il racconto mostra dunque la debolezza dell’ingegno umano, abbandonato alle sue sole forze, privo della guida teologica della Grazia.

-Al “folle” viaggio di Ulisse si contrappone il viaggio “sacro” di Dante.

-Al modello umano e immanente del viaggio “orizzontale” di Ulisse, si contrappone il modello sovrumano e trascendente del viaggio “verticale” di Dante;

il primo (di tradizione classica e “scientifica”) tende all’allargamento illimitato dei confini del conoscere,

il secondo (di tradizione ebraico-cristiana e teologica) tende a cogliere il significato universale e spirituale della vita.

2. Considerazioni anagogiche sul  canto di Ulisse

1. Intelligenza

Perché conoscer Dio, questa è sapienza

Schivare il male, questa è intelligenza

Giobbe, 28, 28.

Queste parole bibliche sono di particolare attualità oggi. Nel mondo moderno, dominato da un intelligenza fredda e senza anima, questo monito sembra particolarmente  adatto e urgente[16]

In questo canto si affronta il tema che nell’illuminazione è centrale: la rinuncia a Satana, nel campo della conoscenza, il tema del potere della superbia, della arroganza, della mente onnipotente,

Ulisse dice: io arriverò alla salvezza, unione, per la via della conoscenza. Questa è la colpa.

Anche per Virgilio in fondo, si tratta di un incontro significativo, svolgendo egli la parte della ragione che illumina il cammino per Dante; forse questo è il vero motivo per il quale  chiede di parlare lui al posto di Dante. 

In senso anagogico, comprendere davvero riguarda l’andare dentro, Intus ire, intuire; si tratta della visione che viene dai centri di coscienza superiori, dal sesto (Soli-Lunare) e dal settimo chakra (la candida rosa, il fiore dei mille petali del buddismo), non dal quinto chakra (Mercurio). Il vero comprendere deriva dal risveglio, e dal movimento purificatorio della Shakti Kundalini nel sistema sottile. Tutto quello che comprendiamo davvero è perché la coscienza addormentata si è risvegliata con il bacio del principio solare.

2. Allinearsi con la volontà al divino

Il fuoco che affatica le anime è Kundalini, una forza che li tormenta, che è  ego distonica.

Come ghiaccio in acqua  bollente, i peccatori aderiscono al principio luciferico di opposizione, di separazione, e  resistono alla fiamma, sono divisi dalla fiamma, nella fiamma. Una fiamma che per il principio del contrappasso non li unisce ma li punisce, proprio loro che volevano dividere e vincere cosi con la loro mente, ciò che invece doveva  essere  mantenuto integro e rispettato, e che viene tradito dalla mente furba. 

Ora loro  sono due dentro ad un foco solo, e  i corni della fiamma testimoniano la duplicità diabolica di quella mancanza di calore nel loro cuore.

Questo “due dentro ad un foco” è il contrario di ciò che serve per passare la porta stretta.

L’ingresso di cui si parla, la foce stretta è  l’ingresso in Sushumna, il canale centrale, la diritta via per la salvezza, per il settimo cielo, settimo chakra.

Occorre fare di due uno, non di uno due.

Per questa ragione, non essendo questi spiriti ribelli  allineati con la forza che si attiva, e che poi li investe  vengono travolti, muoiono diciamo così.

Nella narrazione, quando giungono in vicinanza della “radice” del monte purgatorio, accade  quello che deve accadere. Kundalini si muove dalla radice  dell’albero dei chakra, da Muladhara chakra, accade un risveglio in quel silenzio di navigazione, e la forza inizia a spingere per  la salita al sacro monte.

La Kundalini  in terra come abbiamo visto in inferno spinge  con un moto  di srotolamento, essendo lei avvolta (Kundalini significa proprio avvolta in tre spire e mezzo.

Ebbene il risveglio e l’attivazione della Kundalini agiscono sull’ego-imbarcazione per portarla in su, in alto,  per risalire il monte fino al settimo cielo.

Tuttavia, lo srotolamento di Kundalini incontra nel caso di Ulisse un mezzo ancora ancorato in basso, non dis identificato dall’ego,  non incontra  una disposizione a dire di si.

Questo sganciarsi dall’ipnosi di Lucifero, che oscura l’ego, era richiesto con il viaggio all’inferno, viaggio che Dante pellegrino fa, e che Ulisse  in maniera arrogante invece non fa.  

La Kundalini se avesse incontrato il si, nel suo girare con tutte l’acque avrebbe finito con l’andare in su, e non per inabissarsi.

Il “turbo” così incontra   una coscienza ancora identificata con l’avversario, col diavolo, col due, ed a questo punto  la forza del cielo travolge questa arroganza, e distrugge la torre di Babele, la perseveranza nel peccato (come in Sodoma e Gomorra), e vince.

In maniera analoga, questo viaggio e processo era stato prefigurato nell’avvio dell’opera, nel secondo canto di Inferno, il canto del dubbio.

Al momento di partire davvero, egli viene assalito da un dubbio, una divisione interna, un ostacolo: egli si chiede se il suo viaggio non sarebbe “folle”, se non fosse un folle volo quello di  cercare di giungere al cielo da vivo.

È questo infatti proprio il problema di Ulisse, che non si rende conto che  questo viaggio è possibile solo se voluto dal cielo, non da un desiderio egoico per quanto elevato di acquisizione personale.

L’identificazione personale quindi sarebbe l’ostacolo per il viaggio, il non esser morti alla persona: la persona divide dalla coscienza dal vero sé, dalla sua vera natura, separazione sanata in principio , in capo a tutto, da quel mi ritrovai, che non riguarda Dante ma il vero Sé appunto.

Nel secondo canto così, dopo  il chiarimento di Virgilio che il motore del viaggio è Beatrice, quel dubbio, separazione, blocco scompare, l’energia ricomincia a scorrere nei chakra[17] il cuore si riempie di fuoco. Il canto si risolve in un finale dove  “un sol volere è d’ambedue”, e nel riconoscimento della guida “tu duca, tu signore e tu maestro”.

Cosi la fine del secondo canto,  ben diverso da questa chiusa del canto di Ulisse, sarà una unificazione, una partenza per la salvezza.

Essi superano senza ostacolo, fatica, senza dubbio la porta, perché accettano di scendere, mentre Ulisse vuole solo salire senza prima essere sceso.

Il  movimento di Virgilio e Dante è comune, la porta viene attraversata  dal discepolo perché non è disgiunto dal maestro, ed entrambi sono portati da una forza superiore alla volontà individuale:[18]

“cosi gli dissi e poi che mosso fue

intrai per lo cammino alto e silvestro”

3. Conoscere Dio, questa è sapienza

San Paolo in una lettera sostiene che la vera conoscenza deriva dallo spirito superiore[19]

La semenza nel senso dello sperma, o di ciò che da origine all’uomo, ossia  Dio stesso, e noi siamo suoi figli in senso stretto e non stretto.

Il significato anagogico di questa conoscenza è la conoscenza dell’origine,  è quel “Conosci te stesso”  richiesto dall’oracolo di Apollo a Delfi,  è quell’indagine sul  “Chi siete voi”  che Catone consiglia sulla piaggia del Purgatorio appena usciti dall’inferno, e che i maestri della non dualità antichi e moderni[20]  mettono al primo posto, come anche viene detto

“Considerate la vostra semenza

Fatti non foste a viver come bruti

Ma per seguir virtute e conoscenza”

La virtù è la buona disposizione dell’amore, della compassione, della unione,  della legge  che sostiene che tutto è Uno, e di amare il prossimo come noi stessi, ossia comprendere che non siamo separati, siamo la stessa cosa. Questo vero comprendere è necessario per volare.

Conoscere davvero, anche questo è necessario per tornare all’Uno, come dice Ulisse: conoscere tutto, conoscere il tutto, ed anche il tutto che conosce ciascuno, ciascuna delle sue parti

Quindi se davvero  ami, capisci, e se davvero capisci, certamente anche ami.

Sono come le due ali di una colomba, dicono in India, se le due ali non sono equilibrate  la colomba non andrà in avanti ma devierà sempre più ed infine tornerà indietro.

La conoscenza vera, che in Dante cresce lungo il cammino, si compie del tutto solo nella sua fusione con Dio nel 33° di Paradiso:

“ma già volgea il mio disio e il velle

si come ruota ch’igualmente è mossa

l’amor che move il sole e le altre stelle!”

In senso anagogico, l’immagine che ci viene proposta, dopo avere asserito che anche l’alta fantasia qui non ha più il potere (possa) di rappresentare alcunché, è quella di un cerchio e di un centro, una ruota immobile e al contempo  roteante,  dove l’anima non piu individuale e personale è centro e periferia insieme, è  ferma nel movimento. Il centro è Shiva immobile, la ruota che gira è Shakti, il fuoco che si muove e muove tutto, tutte le forme dell’Uno, e sono  la stessa cosa.

Questa è conoscenza.

4. Il fuoco

Il fuoco che avvolge i dannati di questa bolgia è  presente in tutto il poema.

Fuoco energia che tormenta in inferno, che purifica in purgatori, che splende in Paradiso.,

Luce che  è Dio stesso, che è  il Bene, creatore e percepitore di sé stesso, la luce della luce, Dio.

Come Dea della salvezza, Beatrice Kundalini scende per risalire con Dante al sommo dei cieli, è il motore della Commedia:

Io son Beatrice che ti faccio andare

Vegno del loco ove tornar disio

Amor mi mosse che mi fa parlare”

L’intero processo è attivato da Lei, che scende dal cielo come Santo Spiro, Spirito Santo; Lei è Beatrice, che muove tutto, Lei è Dio madre soccorrevole che salverà Dante, ma che dannerà coloro che sono contro la legge divina altresì.

In forma locale, la fiamma che avvolge e tormenta i due peccatori della ottava bolgia quindi

è una forma di Kundalini  attiva. I  due viandanti scorgono fiammelle nella vallea, che rinchiudono peccatori.

Ciascuna fiamma si muove racchiudendo in sé un peccatore, imprigionandolo, ma anche al contempo involandolo, ossia portandolo via come in volo.

“tal si move ciascuna per la gola
del fosso, ché nessuna mostra ‘l furto,
e ogne fiamma un peccatore invola.”

Questo furto viene paragonato al rapimento in cielo del profeta Elia su un carro di fuoco, riportato dalla Bibbia nel 2º Libro dei Re “ quando i cavali alti levorsi”.

Si vede bene qui come la forza trainante non sia individuale, ma piuttosto  la forza del fuoco che li vince, un fuoco che vince il vento ed ogni ostacolo, un fuoco che quindi ondeggia, serpeggia, sale come una onda.

4. Ecco la porta

Nella Commedia i passaggi sono presenti ovunque,  sono l modo stesso della transizione da uno stato di coscienza individuale ad un altro.

Ogni movimento può essere descritto ed intercettato dal passaggio di un confine, una porta, un personaggio.

La porta è la figura del movimento che non si arresta, del risveglio che si integra.

A cominciare dal risveglio della prima terzina, proseguendo con l’uscita dalla selva oscura che  tale risveglio manifesta come primo effetto, alla porta dell’inferno che parla di morire a sé stessi, del purgatorio: “qui è l’intrata”, all’ingresso in paradiso e nella coscienza  divina  tramite Maria,  la porta  è simbolo archetipico  di ogni storia che evolve.

Nel nostro canto, le colonne di Ercole sono una foce, una porta stretta, che indica un passaggio fondamentale.

Il monito, acciò che l’uom piu oltre non si metta, è anche un invito, ad andare oltre appunto, oltre sé stessi, oltre il me.

Ma ci sono delle condizioni. Ercole sa di che si tratta, Ulisse ora sa di che si tratta, Dante è passato oltre, e la cosa riguarda noi,  i nostri passaggi. Dobbiamo capire bene come si passa, chi può passare, cosa succede  in questo passaggio, tutto insomma! Un canto, il 26, sulla conoscenza, come tutti gli altri.

Le colonne d’Ercole sono una porta stretta:

“In quel tempo Gesù passava insegnando per città e villaggi, mentre era in cammino verso Gerusalemme. Un tale gli chiese:

– Signore, sono pochi quelli che si salvano?

Disse loro:

– Sforzatevi di entrare per la porta stretta, perché molti, io vi dico, cercheranno di entrare, ma non ci riusciranno[21]

Un sogno di una persona raccontava:

“Dovevo salire su un autobus, per andare ala mia casa di origine, e quando arrivava la porta era cosi stretta che non ci passavo quasi; dovevo mettermi di traverso, strisciare proprio. Dentro il bus, sorpresa, non  trovavo nessuno; Ed ero anche stupita dal fatto che sera tutto molto bianco,  come con troppa luce, ed i sedili erano bianchi, e la spalliera era altissima, e si allargava alle spalle come due ali… “

La porta stretta porta in una altra dimensione, dove non c’è la gente, ci sei solo tu e Dio.

Dal mare piccolo, al mare grande; dal Mar mediterraneo[22], come fosse l’anima, lo spirito in piccolo, ecco che passate le colonne di ercole,  si entra nell’Oceano, il grande Spirito, e li ci si perde, ci si fonde con  Dio.

Ecco perché si arriva solo tardi,[23] ecco perché il testo insiste sulla sproporzione, Dante indica, in questo passaggio.

“Io e’ compagni eravam vecchi e tardi

quando venimmo a quella foce stretta

dov’Ercule segnò li suoi riguardi,

acciò che l’uom più oltre non si metta ..”[24]

Così è chiarito che la foce stretta è l’ingresso in Shushumna, che la porta e la forza che la attraversa è terribile.[25]

5. Il lato mancino

Oltre quella porta non c’è più nessuno, c’è il mondo sanza gente, senza le persone.

La situazione è simile a quella descritta nel secondo canto di Inferno:

All’uscita dalla selva oscura, Dante si ritrova  alfine al pie di un colle giunto, con il sole in cima. Osserva il confine appena superato, dal quale mai una persona viva è uscita; in altre parole, se sei uscito sei senza la identificazione con la persona, la persona è morta, psicologicamente parlando. Questa condizione non è ancora consapevolmente raggiunta, Dante deve rendersene conto; ad esempio, poco dopo  egli incontrerà l’ostacolo delle tre fiere, un ostacolo personale,  che a quel livello non è risolvibile.

Questo ostacolo uno e trino è  luciferico,  ha la natura della morte,  del pozzo senza fondo,  del contagio e dell’inganno, della forza e della astuzia, del desiderio dell’ego e dell’oscurità. Questo ostacolo formidabile  non fa passare e  uccide la persona, se ancora è viva.

Ecco perché è così fondamentale e soccorrevole il consiglio di Virgilio, nel frattempo comparso di seguire “altro viaggio”, ossia di non contrapporti a ciò che si contrappone, quello della disidentificazione dal male.

Sarebbe una contrapposizione personale di Dante.

Invece Virgilio gli suggerisce di passare per l’inferno, non di salvare sé stesso, gli suggerisce come il Cristo di perdere la sua vita per salvarla. Questo processo graduale di disidentificazione è già tuttavia iniziato.

Non così Ulisse, che per acquisire, non per perdere, intraprende il folle volo, e per questo perisce.

Da cinque mesi, dice  il testo, superata la porta, l’alto passo, navigavano “sempre acquistando dal lato mancino”

Acquistare potrebbe essere un verbo da usare ancora a livello personale.

“e volta nostra poppa nel mattino,

dei remi facemmo ali al folle volo,

sempre acquistando dal lato mancino.

Tutte le stelle già de l’altro polo

vedea la notte e ‘l nostro tanto basso,

che non surgea fuor del marin suolo.

Cinque volte racceso e tante casso

lo lume era di sotto da la luna,

poi che ‘ntrati eravam nell’alto passo,”

inf  XXVI, vv. 124–132

Sappiamo dallo yoga che  il corpo sottile è costituito da 7 centri, o  chakra, o ruote, che sono vortici di energie, centri di coscienza, e vengono rappresentati in astrologia dai pianeti, dalle  stelle di dentro[26].

Questi centri idealmente possono essere uniti  tra loro da un canale centrale, detto Shushumna, ed attorno a questo altri due canali laterali intersecano i chakra ripetutamente, detti Ida e Pingala.

Il caduceo ermetico ben rappresenta questa conoscenza tradizionale della anatomia e fisiologia del corpo energetico.

Lungo questo circuito, che spianato è un cerchio, la pista de il sole e delle altre stelle lungo la periferia può essere anche rappresentata lungo l’asse vertebrale astrale come una discesa e risalita periodica del Sole,  in maniera spirale, come con due serpenti che si incrociano ripetutamente, e che riproducono l’intersecarsi delle orbite solari e lunari nel cielo esteriore. [27]

Possiamo distinguere artificialmente questo circuito in  due  emicicli di valenza e funzione diversa; per semplificare, ed esemplificare, immaginiamo una prima metà di ciclo che dal cielo scende alla terra, dal sesto chakra al primo, mentre il secondo emiciclo ritorna al punto di partenza salendo.

Il canale discendente è chiamato Ida,  e quello ascendente Pingala.

I due emicicli si invertono  in alto e in basso, o potremmo meglio dire, si continuano uno nell’altro come  testa e coda di un unico circuito,   di un  unico serpente, o drago, un ricircolo. Possiamo però anche simbolicamente  indicarli con un serpente con la testa in basso e un serpente con la testa in alto. La testa e la coda del drago, il nodo lunare nord e sud, rappresentano questi luoghi di inversione dell’emiciclo.

ercole serpenti immagini - Ricerca Google

L’importanza e la possibilità di  dominare l’energia dei nodi lunari viene descritta nel mito di Ercole bambino.

Come tutti sappiamo, Ercole supera le dodici prove  impostegli; a mio parere questo significa che egli attraversa, purifica, completa i lavori sui  sei chakra, il  che lo porterà  a divenire completo, non più semidio ma un dio assunto in cielo.

Ora, si racconta che da piccolo già nella culla egli avesse catturato e poi strozzato due serpentelli che si erano lì introdotti.

Ho riportato queste riflessioni sui canali laterali e su Ercole perché così si comprende meglio come i miti ci narrino di segreti operativi  nella energia e nella coscienza  a livello anagogico, esoterico, e non solo di vicende animate strane e drammatiche  del mondo delle persone, questo  è il mondo sanza gente, oltre la personificazione, o meglio potremo dire prima che la mente  prenda forme e ci incanti e noi siamo allora fuori “di testa”.

Così, dal lato mancino potrebbe essere uno dei due canali laterali con cui si  sale? Ida e pingala dovrebbero esser in equilibrio, come amare e capire, come le due ali di un colomba dicono in india, altrimenti  il viaggio si ripiega su sé stesso, se si usa una ala piu di una altra, e si ritorna indietro.

Io ritengo che il lato mancino vada inteso nel senso di srotolamento della Kundalini tipica dell’inferno, dove si procede scendendo a mano stanca, a sinistra. È del purgatorio invece la inversione del moto, e si procede verso il sole a destra.

6. Liberazione prematura di Kundalini

Noi ci allegrammo ma tosto torno in pianto, che

de la nova terra un turbo nacque

e percosse  il legno il primo canto

tre volte il fe girar con tutte l’acque

e la quarta ire in giuso com’altrui piacque

La forza di questo turbo, turbine, tornado, forza del vento che rotea, anemos o anima che investe chi giunga all’origine della risalita del monte che porta al cielo.

Un tema antico, come la lotta dei giganti, come la torre di babele, come Icaro e molti altri. [28]

Gestire la forza ascendente  che porta in cielo, la Kundalini che ascende in Shushumna, non è possibile senza la Grazia divina.

Non si può attivare questa forza  con la volontà di potere  egoica, perché l‘ego stesso è  contro questa apertura. Sarebbe, quello, un ego spirituale smisuratamente arrogante: volere capire  Dio, superare i confini con la mente.

E’ roba da matti, la psichiatria è piena di questi sconfinamenti in persone impreparate spiritualmente a gestire questa  condizione.[29]

Per tale ragione, tutte le tradizioni di meditazione mettono in guardia nel cercare di stimolare artificialmente anzitempo la Kundalini con pratiche specifiche, che al momento in cui si sia compiuta una adeguata purificazione del mezzo, e con il giusto accompagnamento di un maestro realizzato  invece possono essere adoperate; pensiamo al Kundalini Yoga ad esempio, ed al pranayama kapalabhati.

Quindi la vicenda di Ulisse insegna anche a noi ricercatori spirituali una questione fondamentale: salvarsi da soli è impossibile.

Il racconto del viaggio contiene dei numeri simbolici.

Di fatto è tecnico e preciso il riferimento:

Il turbo che investe la nave lo fa di prua, ed il numero di cerchi che la nave compie sono tre e mezzo, come le spire del serpente Kundalini.

La memoria biblica del serpente edenico ritorna qui insistendo sul fatto che  il demonio  ti perderà, perché hai ascoltato i suoi consigli.


[1] Da:  https://www.mondadorieducation.it/risorse/media/secondaria_secondo/greco/enciclopedia_antico/lemmi/odisseo.html

[2] dannati siano puniti in questa bolgia. Essi sono abitualmente indicati come consiglieri fraudolenti e il loro contrappasso consiste nell’essere avvolti da lingue di fuoco, per analogia con le loro stesse lingue che furono fonte di frode, e nascosti dentro alle fiamme allo stesso modo in cui da vivi celarono la verità per l’inganno (come dice l’Apostolo Giacomo, la lingua fraudolenta è come fuoco). Ulisse e Diomede, presentati nel seguito di questo canto, non sono puniti per i consigli dati, ma per le opere che hanno compiuto

[3] Un proverbio recita relativamente alla conoscenza:  Guardati dal volere sapere.

Un altro recita,  relativamente all’eccesso: chi troppo vuole nulla stringe.

[4] Sapegno

[5] Ulisse riesce a scovare  Achille, fatto travestire da donna dalla madre Teti e mandato alla corte di Licomede affinché non partecipasse alla Guerra di Troia. Ulisse e Diomede, travestiti da mercanti, usarono l’astuzia di mostrargli spade in mezzo a sete e drappi, scoprendolo tra le altre donne e costringendolo a partire per la guerra, abbandonando la sua amante Deidamia che morì di dolore, e ancor morta si duole dell’amante infedele.

[6] l’appellativo gli sarebbe giunto dal nonno Autolico: Ὀδυσσεύς Odysséus deriverebbe dal verbo greco ὀδύσσομαι odýssomai, “odiare”, “essere odiato”, quindi significherebbe “Colui che è odiato”, ma fra i possibili significati dobbiamo citare “collerico” 

[7] L’anca tuttavia ricorda il luogo dove i due , che stano arrampicandosi addosso a Lucifero, ruotano di 180 gradi ed invertono  finalmente la forza centripeta  di Lucifero coincidente col centro della terra, conversione che  li libererà infine dalla prigione etterna, dal doloroso regno delle tenebre.

La ferita all’anca ricorda anche la lotta di Giacobbe con l’Angelo, di biblica memoria: “24 Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino all’apparire dell’alba; 25 quando quest’uomo vide che non poteva vincerlo, gli toccò la giuntura dell’anca, e la giuntura dell’anca di Giacobbe fu slogata, mentre quello lottava con lui” Os 12:4-5; 2Co 12:7-10

[8] Telegono, saputo dalla madre Circe di essere figlio di Ulisse (che lo aveva rivelato al giovane dietro consiglio di Atena) e volendo conoscere il padre, s’imbarcò alla sua ricerca. Gettato dalla tempesta a Itaca , per sfamare l’equipaggio si diede a saccheggiare il paese ed a razziare una parte del bestiame appartenente al re. Ulisse così intervenne a difendere i suoi beni, ma Telegono lo uccise accidentalmente sulla riva del mare. Riconosciuto il padre, lo pianse a lungo e tornò da Circe insieme a Penelope e Telemaco, portandosi dietro il cadavere di Ulisse che fu sepolto ad Eea. Circe rese immortali suo figlio e gli ospiti. Telegono sposò Penelope e Circe Telemaco. Apollodoro in aggiunta rammenta che “la dea dalle belle trecce” mandò suo figlio e la sua sposa a vivere nelle isole Fortunate.

[9] “Fratelli miei, che attraverso centomila pericoli siete arrivati a questa “piccola” ultima soglia (le famose colonne d’Ercole) presso l’Occidente; non negate ai nostri sensi quello che rimane da vedere, dietro al sole (dietro all’orizzonte), nel mondo disabitato; considerate la vostra origine: non siete nati per vivere come bruti (come animali), ma per praticare la virtù e apprendere la conoscenza.”

[10] Ricorderemo come Virgilio, giunti all’ingresso del paradiso terrestre, dice  a Dante che da qui in poi dovrà  fare solo quello che lui stesso ritiene giusto, e sarebbe sbagliato fare altrimenti, perché adesso che è stato rettificato, purificato: “ lo tuo piacere omai prendi per duce; libero, dritto, sano è tuo arbitrio,  e fallo fora non fare a suo senno…” Inf. XXVII, vv 140-142. Rettifica che Ulisse non aveva  fatto.

[11] Serravalle spesso si chiamano i paesini che sono  collocati dove la valle si stringe e poi si apre nella pianura sottostante, ad indicare l’importanza di quel luogo di passaggio, di quella porta.

[12] L’emisfero australe anche detto emisfero sud o emisfero meridionale è la calotta semisferica del globo terrestre posta a sud dell’equatore terrestre, quindi con latitudine S. L’altra metà del globo è detta emisfero boreale.

[13] Da https://www.mondadorieducation.it/risorse/media/secondaria_secondo/greco/enciclopedia_antico/lemmi/odisseo.html

[14] Da Vittorio Sermonti, La Divina Commedia.

[15] Regnum celorum vïolenza pate / da caldo amore e da viva speranza, /che vince la divina volontate:

non a guisa che l’omo a l’om sobranza, /ma vince lei perché vuole esser vinta, /e, vinta, vince con sua beninanza.

Par. XX, vv. 94-99

[16] Anche in psicoterapia,  un uso della intelligenza non guidata dall’amore porta a sterili virtuosismi intellettuali sui meccanismi psicomeccanici  che non curano l’anima.

[17] “Quali i fioretti dal notturno gelo/ chinati e chiusi poi che il sol li imbianca /si drizzan tutti aperti in su lo stelo/ … e tanto buon ardire al cor mi corse… “ Inf II, vv. 41-45

[18] Questa preparazione sembra quindi fondamentale nelle vie graduali di  purificazione e sostegno al processo del Kundalini yoga, il guerriero di luce non combatte pe la propria gloria ma dona a Dio da la gloria; questo era il detto dell’ordine dei  cavalieri templari, che cavalcavano in due un destriero nelle battaglie  per la difesa del tempio di Gerusalemme. [18]

[19] 1 Corinzi 2, S. Paolo: “Tra i perfetti parliamo, sì, di sapienza, ma di una sapienza che non è di questo mondo, né dei dominatori di questo mondo che vengono ridotti al nulla; 7 parliamo di una sapienza divina, misteriosa, che è rimasta nascosta, e che Dio ha preordinato prima dei secoli per la nostra gloria. 8 Nessuno dei dominatori di questo mondo ha potuto conoscerla. …   Ora, noi non abbiamo ricevuto lo spirito del mondo, ma lo Spirito di Dio per conoscere tutto ciò che Dio ci ha donato. 13 Di queste cose noi parliamo, non con un linguaggio suggerito dalla sapienza umana, ma insegnato dallo Spirito, esprimendo cose spirituali in termini spirituali. 14 L’uomo naturale però non comprende le cose dello Spirito di Dio; esse sono follia per lui, e non è capace di intenderle… Ora, noi abbiamo il pensiero di Cristo”.

[20] Advaita, Dzog Chen, ma anche nel messaggio di  Gesù “Io e il Padre mio siamo Uno”

[21] Vangelo (Lc 13, 22-30)

[22] Il mar Mediterraneo (dalla parola latina Mediterraneus, che significa in mezzo alle terre) è stato conosciuto con diversi nomi. Gli antichi Romani lo chiamavano, “Mare nostrum“, ossia il nostro mare , in arabo è chiamato “Mar Bianco di Mezzo”, che ha ispirato la dizione turca di Akdeniz, “Mare Bianco“. Okeanos era il dio greco dal quale sono generate tutte le acque.

[23]Viene la sera/è tutto il giorno che sto qua…” Dall’album  Amore e furto, “Non è buio ancora”, canzone di Bob Dylan tradotto e cantata da De Gregori

[24] Inf XXVI, vv. 106-109

[25] Giobbe 28, 28: “Temere Dio, questa è sapienza”.

[26] I chakra possono essere simboleggiati dai pianeti, costituendo un sistema solare interno. Essi possono essere anche simboleggiati dai pianeti in quanto  questi corpi celesti esterni ed interni  sono gli ambasciatori, i portavoce delle energie stellari dei campi zodiacali cui si riferiscono,  dai quali emanano, che rappresentano e governano. I chakra sono organizzati verticalmente, lungo la colonna vertebrale astrale, come l’asse centrale di un albero, dell’albero della vita, l’albero che cresceva al centro dell’Eden.

[27] I due canali a livello di funzionamento del corpo corrisponderebbero anche al sistema ortosimpatico e parasimpatico, uno più attivo nell’azione verso l’esterno, più solare e maschile, l’altro più dedicato a sostenere il metabolismo ed il ripristino delle funzioni, più lunare e femminile.

[28] La scalata al cielo è follia, punita dalla legge divina: Ricordate?  Dante si pone il problema nel secondo canto, quando   è tentato di rinunciare al viaggio. Dice: “ temo che la mia venuta non sia folle

[29] “Quando scadrà l’affitto di questo corpo idiota/ allora avrò il mio premio come una buona nota/Mi citeran di monito a chi crede sia bello/ giocherellare a palla con il proprio cervello/ Cercando di lanciarlo oltre il confine stabilito/ che qualcuno ha tracciato ai bordi dell’infinito” (da Cantico dei drogati di F. De André)

Quella notte che divenne giorno

Conferenza 1.2.2020, ore 17

Teatro Spazio 18b via rosa Raimonda Garibaldi 18 b. (dietro regione Lazio),

Sommario

Quella notte che divenne giorno./ 1. Notte oscura fuori e dentro. /2. Il falso sé spirituale e il bypass spirituale. /3 . Giro giro tondo. / 4. Senza rete. / 5. Maieutica del dolore: ti sveglia. / 6. Le fasi di elaborazione del lutto. / 7. Risveglio. / 8. Dolore dell’innocente, in generale e  della violenza sessuale. / 9. La trasformazione del buio in luce dentro prima./ 10. Per concludere.

Questo articolo

Questo articolo nasce come commento al testo di Giancarlo Loffarelli, riportato come post qui connesso, “Quella notte”, mnonologo interiore di una suora stuprata durante la guerra, il cui travaglio porta alal fine ad una sua trasformazione. Questa conferneza è il commento psicoloògico al testo.

1. Notte oscura fuori e dentro

C’è la guerra fuori. Non puoi stare nella tua zona di comfort, non ti puoi fidare di  nessuno, tutto è precario, gli equilibri non ci sono, forse ci saranno, ma ….   del domani, dell’oggi non c’è certezza; e neanche abbiamo piu le idee chiare di come credevamo fosse sino a ieri.

Potrebbe essere l’immagine del mondo odierno:  se solo solleviamo un poco il velo, non c’è da stare tanto tranquilli. Ma noi vorremo stare tranquilli, per cui neghiamo l’evidenza, ci ritiriamo nelle nostre case, abbiamo le nostre ideologie tranquillanti e la tv.

Come la suora del convento, crediamo di fare anche del bene, di essere anche buoni, i cattivi sono gli altri, ma che possiamo fare. Ignoriamoli.

Solo che loro non ignorano noi. La guerra è arrivata nonostante le nostre  fughe idealistiche nel pacifismo, la porta è stata sfondata, il presente entra con violenza, perché con violenza la nostra porta era chiusa, o cosi credevamo.

E siamo scioccati, perché  il presente ci parla di distruzione del nostro mondo e di noi stessi, ci parla di ciò che non volevamo sentire.

La guerra entra nelle case, nel corpo e nella mente della gente. Ora la guerra è dentro.

“La guerra non si ferma davanti a un portone…” (De Gregori, La storia siamo noi).

Tutta la psicologia e la psichiatria tratta di questa guerra, conflitto, divisione nella mente, nell’anima della gente, della sofferenza interiore.

2. Il falso sé spirituale e il bypass spirituale

Il testo parla di una suora, ossia di una persona dedita alla religione, all’amore attraverso una via istituzionalizzata.

Una via spirituale organizzata per tutti, sostituisce la competenza individuale in quella via, da una regola da seguire, che è stata trovata dal fondatore ma non dagli adepti. La setta, da sezione, separare, è uno spazio organizzato per quella funzione, lavora su chi sta dentro quel confine.

Così ad esempio i voti religiosi, quali obbedienza, castità  povertà, che possono essere eventualmente fatti, da coloro che ancora non hanno piena contezza, consapevolezza di queste forze e condizioni, indirizzano la vita, l’energia, in un modo che dovrebbe portare a dei risultati, che chi li pratica non comprende se non dopo averli praticati. Il rito comincia dove finisce l’intelligenza, dice il Tao;  

La regola sa come fare per spiritualizzare, e tu esegui.  L’ordine, (non a caso si è scelto questo nome), religioso quindi, come tutti i riti sostituisce alla tua coscienza ancora dormiente un protocollo per aiutar il risveglio, da seguire. “Non capisco ma mi adeguo”.

Quindi funzione della religione, e di tutte le vie di salvezza, è sempre stato di sostenere coloro che sentivano il bisogno di ricongiungersi al tutto partendo dal limite di chi si riconosce separato. Il termine religione e yoga questo indicano. Si parte quindi dal collocarsi in una separazione per superarne una altra.

Quindi seguire la via religiosa, “e promisi la via della sua setta”, dice Piccarda Donati, può essere una protezione dalla caduta, dalle tentazioni, dall’ego, che si riconosce forte e  difficilmente superabile. 

La religione in questo senso potrebbe essere usata, anche se non sempre lo è, come protezione  dalle cadute.

Gesù non protegge dalla vita? Ecco la delusione: perché c’era prima una illusione.

Ci siamo costruite delle sicurezza e dobbiamo allora sperimentare, per liberarci, anche il buio in cui cadiamo quando crollano.

Forse la protagonista del nostro racconto credeva che facendo la suora sarebbe stata salva dalla vita, comodo cosi, ma non ha funzionato.[1]

Dedicare la vita alla meditazione, alla astinenza, può costituire la condizione di vita per la quale non devi sperimentare  queste forze, la sessualità, il potere,  le difficoltà relazionali nel mondo, il tradimento;  sei molto spirituale, sei reclusa in un luogo sicuro, hai fatto un bel by pass spirituale, e saltato ciò in cui  gli umani solitamente affogano.

Il  bypass spirituale è quella operazione con la  quale si crede di essere tra i  buoni prima di esserlo diventati, in cui  si crede a un costrutto mentale di superamento  della fase trasformativa anziché passare per questa fase di disorientamento, di notte oscura dell’anima, da cui non ne  devi uscire vivo, dove devi lasciare ogni speranza come dice la porta dell’inferno.

Oppure non nemmeno solo questo? Anche se fosse vera la scelta religiosa, sentita e creduta fino in fondo, non richiede forse, oggi piu che mai ma anche nel passato,  la presenza nel mondo, l’atteggiamento della chiesa militante e non solo orante, una p partecipazione al sociale, al politico, con amore e consapevolezza, quello che appunto spesso manca a chi invece sta  nel mondo  di scena, al potere.

3. Giro giro tondo

C’è una filastrocca da tutti conosciuta, “Giro giro tondo”, dove si dice che dopo un determinato e imprecisato numero di giri di giostra,  si scende.

-Giro giro tondo: La prima frase indica l’andare senza andare da nessuna parte, si gira in tondo, la giostra ci prende in giro. Ma poi?

-Casca il mondo dapprima: tutte le nostra  relazioni, convinzioni, oggetti. Ti crolla il mondo addosso. Hai il senso della perdita, della mancanza, deprivazione.

Il senso di mancanza che ben conosci,  sul quale è costruita la nostra quotidiana e perpetua fuga, dal reale e dalla vita.

Sin da piccoli abbiamo iniziato a  evitare quella sensazione, di assenza della madre, poi dell’amata, della insicurezza economica o della salute, dell’appartenenza al gruppo sociale. La identità normale come  vita fobico evitative.

Noi non vogliamo stare male, il nostro ego, imperatore indiscusso della nostra persona, comanda strategia difensive ben evidenti a chiunque tenti di dialogare con qualcun altro. Lo vedrà divenire distratto, aggressivo,  fraintendere, negare, cambiare discorso… è il nostro specchio. Che succede quando ti crolla il mondo addosso? Che prima o poi crolli anche tu…

-Poi casca anche la terra. La filastrocca descrive per stadi un processo finalistico,  coerente, su cui riflettere, e che nel gioco dei bimbi ha anche un lieto fine.

Casca la terra su cui era costruito il mondo,  non solo il mondo degli oggetti di quel soggetto, ma casca anche il soggetto.

In psichiatria incontriamo continuamente depressioni e psicosi, che indicano come la morta ci possa raggiungere facilmente, come la sensazioni di perdita e di  morte sia sempre presente nella vita.

Un gioco di bimbe recitava: stanca, malata, moribonda, morta.

È solo questione di quantità che poi si qualifica

Bene, alla perdita noi sempre  opponiamo resistenza, non vorremmo sentire, percepire, starci con quel senso di scomparire…

IN particolare, la crisi di identità che da avvio alla caduta dalla giostra, del mondo e del  personaggio, si manifesta con vissuti di depersonalizzazione, derealizzazione,  un grande ed intollerabile senso di vuoto, di non senso, di  apatia, astenia, abulia.

Ecco perché  troviamo spesso connesse alle crisi le reazioni. Egoiche alle crisi,  l’evitamento, il controllo, la nevrosi, la paranoia, per cercare di evitare, di esportare il problema, di sopravvivere, non vogliamo morire, al punto che potremmo dire piuttosto che morire mi uccido, come estrema ratio.

Ed ecco che alla fine tutti giù per terra non c’è più nulla che si erga,  tutto distrutto,  non possiamo neanche dire che noi siamo a terra, perché la filastrocca dice che non c’è piu nessuno. Anzi non è morto nessuno in realtà, sono solo morti tutti, che non la stessa cosa: non è morto nessuno, è morto solo il qualcuno.

La filastrocca ci dice che alla fine c’è un senso di liberazione, finisce tutto il vecchio mondo, e poi si è liberi, si  scioglie quel cerchio, la giostra finisce a tu vai libero.

E soprattutto si vede bene alla fine della filastrocca che ciò che si rende conto, che vede tutto questo, è la stessa coscienza che si credeva un personaggio della giostra all’inizio.

Le vicende del cavaliere caduto quindi riguardano la identificazione della coscienza,  a te coscienza accade solo il risveglio.

E la morte della illusione e la rinascita alla vita eterna, fiori da quella storia tempo e condizioni, è ciò di cui ci parlano le religioni, ad esempio in quella cristiana con la resurrezione, o il buddismo con la grande liberazione.

4. Senza rete

Tornando al nostro testo, la scena si apre con questa condizione collettiva di dissoluzione attraverso il conflitto, la messa in discussione di tutto; uno stato caotico, che con forza trasforma il mondo costruito, che con forza entra nei luoghi appartati, chiusi, che con  le piu diverse ragioni   si difendono da tutto questo,  dove la gente cerca di stare tranquilla. 

Questo caos entra dalla porta del convento, e  la storia ci porta sulle conseguenze psichiche e personali, si incarna in un protagonista: il  mondo psichico della suora giovane stuprata.

Se non fosse per questo artifizio letterario, avremmo volentieri evitato di ascoltare questa storia disturbante, che ci disturba. Non la vorremmo sentire,  è roba da non credersi,  come  la pulizia etnica in Bosnia, o quella subita dagli armeni o dagli ebrei o dai curdi.

Così il caos è arrivato. È arrivata la prova. Come alla morte,  nessuno apre volentieri la porta. Il disturbo descritto nel testo è un disturbo grande, mette in discussione la integrità fisica della persona, cui avremmo diritto per nascita, come ci dice la costituzione e il buon senso….

L’essere umano avrebbe diritto alla integrità psichica, e del proprio ambiente, e del proprio corpo, e della propria psiche: ma questo diritto può essere calpestato, stracciato, azzerato facilmente, da forza maggiore della giustizia. Il tuo diritto, la tua volontà non contano in uno stupro, la tua sofferenza non conta, è mors tua vita mea, è la logica egoistica ed egocentrica.

Tuttavia questa logica prepotente, egoista, è parente della volontà egoica di salvarsi da soli, di ritirarsi dai conflitti, dal cercare di stare tranquilli in un mondo dove tutti soffrono: è la  logica della separazione,  dividendo anche bene da male,  giusto da ingiusto.

È questa logica che viene a bussare, a stuprare , a sfondare porte e finestre, che apre anceh se con violenza  un incontro, un contatto e ci si deve mettere in discussione per forza.

Ecco quindi che quando tutto è crollato, il tuo mondo, il senso di identità, la crisi ha fatto il suo compito: aprire ad una ristrutturazione profonda, una rivoluzione non una riforma.

Ma prima si passa per questa elaborazione, di cui il testo di oggi è un bell’esempio.

5. Maieutica del dolore: ti sveglia

C’è  quindi un crisi esterna e interna; e quella esterna, la guerra non può non toccarti, neanche se sei una suora di clausura.

È la situazione di crisi, dovuta alla violenza che apre anche le porte blindate, è esplosiva, e ti pone di fronte a una necessaria trasformazione. Non hai scelta, è a questo punto necessaria una presa di posizione nel mondo.

Lo stupro è un trauma che ti sveglia perché dormivi. Quando ti stuprano sei obbligata trasformare una serie di cose,  sei  di fronte a un problema, o prendi la vita o ti deprime pensi che sei tu sbagliata etc., è un travaglio  come se fosse necessario.

Cosi nel caso della suora del nostro racconto, forse incontri lo stupro perché era necessario incontrarlo, per farti evolvere, perché sarebbe altrimenti rimasta separata dalla vita. IN questo caso, lo stupro resta comunque una cosa terribile, ma costituisce anche  una chiamata alla vita e realtà

Con questo non stiamo dicendo che ogni stupro è una cosa che serve per crescere, e che sia bene stuprare le donne

Infatti,  i traumi non sono buoni di per sé, ma se  adeguati come prova alla maturità della gente possono essere trasformati. Inoltre  lo stupro è comunque una violenza, e anche se fosse poi digerita resta un crimine control persona.

6. Le fasi di elaborazione del lutto

La suora passa  le classiche fasi dello shock studiate  dagli psicologi:

Quello che ci hanno fatto, di cui non sei responsabile,  porta repentinamente in uno

stato di shock, dove sono sospese le reazioni  abituali della persona; non si riesce a pensare, a organizzare emozioni, a farsi una ragione, a ricostruire l’accaduto persino.

Quindi negazione, confusione, destrutturazione.

percezione del dolore,  che adesso viene percepito intensamente, che invade tuto il campo,  mentre siamo ancora in shock cominciamo a sentire  il dolore fisico, psichico.

Ma poi inizia la rea<ione individuale, cosa fai tu con quello che ti hanno fatto,  di questo invece sei tu il responsabile:

-reazione più o meno contemporanea al dolore, ossia difesa, con una reazione di rabbia, con ragionamenti offensivi, con colpevolizzazioni, la mente cerca di farsene una ragione, ma siamo sempre sotto il colpo,  abbiamo subito un affronto globale e profondo,  una questione di vita o di morte.

-integrazione e trasformazione personale: sempre piu chiaro emerge la parte nostra nella vicenda traumatica: cosa facciamo noi con quello che ci hanno fatto

Nel testo la suora prima si preoccupa di cosa dire la gente, come potrà ancora esser suora, che è meglio evitare abortendo etc., poi  si rassegna diciamo cosi, ossia  smette di scappare e prende un posizione: quel che è successo è successo, ed ora? Ed io che faccio, che scelgo,  a che livello mi pongo? Sul piano dell’aggressione, di occhio per occhio,  faccio finta di essere superiore, nego l’importanza dell’accaduto… oppure lo accolgo, lo comprendo,  lo digerisco,  dalla mia infelicità può nascere un progetto per minore infelicità nel mondo.

Ad esempio alcuni bimbi adottati diventano amari e  dissociati, altri bimbi metteranno su famiglia per adottare altri bimbi  in difficolta affinché non capiti piu  quel che è capitato loro.

-scelte dopo il cambiamento

La suora decide di tenere il bimbo, di amarlo,  di crescerlo, da questa morte è nata vita, io sto colla vita, non con l’aborto, dice, non con la vendetta,  ma col perdono, il che non vuole dire che non sia astata fatta violenza ingiusta, non vuole dire assolvere dalle responsabilità chi ce le ha, ma al contrario prendersi le proprie in quella situazione, non scusarsi con la de respobilizzazione altrui.

Durante  il monologo, si percepisce bene come ci sia un progressione di chiarezza, come la suora parlando con sé stessa come in un dialogo risponda sempre piu a favore dell’amore, sempre meno a difesa dell’ego vecchio che dovrà abbandonare assieme alla veste che lo giustificava e copriva.

7. Risveglio

Entriamo meglio adesso nelle conseguenze della crisi. Occupiamoci  non di quello che succede, una violenza ingiusta distruttiva,  ma di quello che  emerge da questo disastro, la nascita possibile di un nuovo mondo.

Si sta descrivendo un processo di morte della vecchia condizione di coscienza, e rinascita di qualcosa di interamente nuovo; nel testo, si assiste al travaglio della coscienza, che rinuncia alle reazioni e sceglie  costruttivamente l’amore per questa nuova inaspettata e non voluta condizione,  sceglie di vivere e non di  ritirarsi,

Proprio perché c’era anche la possibilità di sceglier il no, di rimanere offesi nel rancore, nella rabbia, nella vendetta, o nell’amarezza, il cinismo,  il rifiuto, il rinvio questa scelta  prende luce; amare il nemico, porgere l’altra guancia, il messaggio cristiano rivoluzionario, acquistano luce proprio perché la logica intorno a noi è quella di occhio per occhio,  di vittima carnefice, di io mio ego è scontento del tuo ego. 

Qui la scelta invece è quella del si, qui si assiste invece ad un cambio di registro, è la morte della centralità egoica, nascita dell’amore, morte della separazione, (ed ecco perché occorreva tanto pregare un dio lontano dalla guerra), e nascita della ricongiunzione, yoga.

Si tratta di un processo di presa di coscienza, di rendersi conto, di portare luce nel buio. Quella notte che divenne giorno.

Abbiamo visto quindi che il primo paso nella trasformazione è la destrutturazione di ogni schema, identità, condizione di mondo precedenti. Azzeramento del me. Rendersi conto di questo processo di identificazione grazie alla sua distruzione, ed al confronto con l mancanza.[2]

8. Dolore dell’innocente, in generale e  della violenza sessuale

Il libro di Giobbe tratta del la sofferenza non meritata, del dolore dell’innocente.
Ci potremmo chiedere ma che colpa abbia una suora che non sia consapevole del s ruolo difensivo della sua veste, quando la veste viene scelta perché rappresenta una buona intenzione anche. Sicuramente non è persona in mala fede, come si dice, con una fede mala, con un mal amore, ossia nell’ego, e tuttavia l’ego si maschera da ego buono, + un ego spirituale. Di questo abbiamo appena parlato. Ma per la parte pulita dell’anima che crede che in quel modo si sia retti, come nel caso di Giobbe, che era retto, non aveva colpe, temeva dio, era alieno dal male,  servo di Dio, che spiegazione può esservi mai pe il male? Per coloro colpiti dalla guerra,  per quelli come i bimbi che non hanno ancora neanche avuto il tempo di fare del male, di aderirvi o comprenderlo e sceglierlo, che giustificazione?

La risposta nel libro è che non  è sufficiente un spiegazione retributiva, non è sufficiente acquisire crediti  presso l’Altissimo, per spiegare quella sofferenza.

Giobbe chiede di parlare direttamente con Dio. E quando Dio risponde e giunge,  la soluzione ala sua domanda è  non è un risposta, bensì la scomparsa della domanda. Giobbe dice:  Io prima ti conoscevo per sentito dire, ma ora che ti incontro. Metterò un mano sulla amia bocca e non palerò piu. E questo piacque a Dio, dice il testo.

9. La trasformazione del buio in luce dentro prima

Dalla tenebra c’è una luce, non si sa se sia per via del figlio, o  se derivi dal fatto che ha deciso, ma accade una trasformazione

Qui il punto è : cosa hai fatto tu con quello che ti hanno fatto gli altri, che cosa ci faccio con quello che mi è capitato, cercato o meno, che mi succede ?

Ti prendi la responsabilità, e sceglie l’amore, quello vero

Le domande sono molte: questo figlio lo devo tenere o meno? È figlio della sofferenza e del male, ma in sé potrebbe essere un bene? Come può scaturire dal male qualcosa di buono?

E questo figlio non è solo quello che sembra, ma è anche una trasformazione dell’odio e della violenza  in  amore E questo figlio, se lo abortisco, abortisco anche questo processo di trasformazione interiore?

E’ la madre che ti salva, che salva la suora e il bambino; è la madre che è stuprata, forse è più quello lo stupro, è lei che porta su di se, che accetta lo stupro, non come cosa buona, ma come morte e rinascita.

10. Per concludere

In occasione di una grossa crisi del mondo esterno (guerra) o interno (stupro), quando si è al  massimo dell’oscurità e del dolore, può nascere una nuova vita,  in senso psicologico e anche letterale.

È una scelta quella  di non fermarsi a quello che ci hanno fatto, ma piuttosto a quello che noi facciamo con quello che ci hanno fatto.

La SPTS, sindrome post traumatica da stress, è una entità in psichiatria che si riferisce ala condizione che perdura di non superamento del trauma,  dove  la personalità si avvita attorno al trauma e rimane bloccata da esso.

Questo processo è superato nella descrizione del testo letterario che stiamo considerando.

La protagonista, madre spirituale, è obbligata dal fatto traumatico accaduto a divenire  madre naturale, e decide per la morte della vecchia identità ed accoglie  ed incarna quella spiritualità  nel mondo.


[1] Tuttavia non possiamo certo affermare che chi si avvia su un camino spirituale istituzionale lo faccia  sempre con in fondo una valenza difensiva dal mondo; esistono conversioni vere, crisi di identità e trasformazioni della coscienza,  una discesa dello spirito santo,  illuminazioni che pero vengono ritenute da diversi all’interno di una istituzione a ciò preposta.

[2] È il processo che Dante svolge all’inferno,  quando con Virgilio visita i gironi dei peccatori, che soffrono ossia dei dannati. Il dannato aderisce al suo peccato, ad esempio paolo e Francesca, neanche dopo  morti si rendono conto che hanno creato sofferenza e soffrono, secondo la legge retributiva del punizione divina, il contrappasso, il karma che ritorna. 

Solo Dante, che peraltro si identifica un po’ con ciascuno, si disidentifica, grazie al lume di ragione di Virgilio e la sua scelta di aderire a Virgilio .Ecco che è pero sempre da Virgilio portato oltre, e avendo visto tuto tutto può infine lasciare.

La seconda fase del processo, nella Commedia ed anche in questo racconto, è il rendersi conto che l’ego evita, e che  noi non siamo d’accordo, scegliamo, mettiamo la buona volontà,  è il Purgatorio di Dante. La fine dell’identità con l’ego, anche con l’ego spirituale, ci catapulta nel Purgatorio della  purificazione della coscienza, del vederci piu chiaro. Essere finiti all’inferno non dipende da noi, ma rimanerci si dipende dal fatto che rimaniamo identificati, dipende dal sonno della coscienza. (E io a lui: «S’i’ vegno, non rimango;)

Pessoa, Sa Carnero, e la depersonalizzazione

Fernando Pessoa

Ciò che oggi sono è come l’umidità nel corridoio in fondo alla casa

Consapevolezza piena che non sei tu, di uno che ha completato il passaggio:

Piccola nota biografica: 1

Fernando António Nogueira Pessoa, nasce a Lisbona il giorno 13 giugno 1888 da Madalena Pinheiro Nogueira e Joaquim de Seabra Pessoa, critico musicale d’un quotidiano cittadino. Il padre muore nel 1893.

La madre si unisce in seconde nozze nel 1895 con il comandante Joào Miguel Rosa, console portoghese a Durban: Fernando trascorre così la giovinezza in Sudafrica.

Nel continente nero Fernando Pessoa compie tutti gli studi fino all’esame d’ammissione all’Università di Città del Capo. Torna a Lisbona nel 1905 per iscriversi al corso di Filosofia della facoltà di Lettere: dopo una disastrosa avventura editoriale, trova lavoro come corrispondente di francese e inglese per varie aziende commerciali, impiego che manterrá senza obblighi di orario per tutta la vita. Intorno al 1913 inizia a collaborare a varie riviste, come “A Aguia” e “Portugal Futurista”, avendo al suo attivo letture significative, dedicate soprattutto ai romantici inglesi e a Baudelaire; intraprende quindi un’attività letteraria iniziata quand’era ancora studente presso l’università di Città del Capo, che consiste in prose e poesie scritte in lingua inglese.

Intorno al 1914 appaiono gli eteronimi Alberto Caeiro, Ricardo Reis e Álvaro de Campos. Gli eteronimi sono autori fittizi (o pseudoautori), che posseggono ognuno una loro personalità: il loro “creatore” viene chiamato ortonimo2. In Pessoa è del periodo dell’infanzia la comparsa del primo personaggio di fantasia, il Chevalier de Pas, attraverso il quale scrive lettere a se stesso, come è affermato nella lettera dell’eteronomia a Casais Monteiro.

Nel 1915 con Mário de Sá-Carneiro, Almada Negreiros, Armando Córtes-Rodriguez, Luis de Montalvor, Alfredo Pedro Guisado e altri, Pessoa dà vita alla rivista d’avanguardia “Orpheu”, che riprende esperienze futuriste, pauliste e cubiste; la rivista avrà vita breve, tuttavia susciterà ampie polemiche nell’ambiente letterario portoghese, aprendo di fatto prospettive inedite fino ad allora all’evoluzione della poesia portoghese.

Segue poi un periodo in cui Fernando Pessoa appare attratto da interessi esoterici e teosofici che hanno riscontri profondamente influenti nell’opera ortonima. Al 1920 risale l’unica avventura sentimentale della vita del poeta. Lei si chiama Ophelia Queiroz, impiegata in una delle ditte di import-export per le quali Fernando Pessoa lavora. Dopo una pausa di alcuni anni, il rapporto tra i due si interrompe definitivamente nel 1929.

In un’intervista rilasciata a un giornale della capitale nel 1926, successivamente al colpo di stato militare che mette fine alla repubblica parlamentare e apre la via al regime salazariano, Fernando Pessoa comincia a esporre le sue teorie del “Quinto Impero”, consistenti nell’attualizzazione delle profezie di Bandarra (il ciabattino di Trancoso) scritte nella prima metà del secolo XV; secondo queste profezie il re Don Sebástian, dato per morto nel 1578 nella battaglia di Alcazarquivir, sarebbe tornato anima e corpo per instaurare un regno di giustizia e di pace. Si tratta del “Quinto Impero”, alla cui realizzazione il Portogallo è predestinato. Questo Impero avrebbe avuto carattere esclusivamente culturale e non militare o politico come gli imperi classici del passato.

In qualche luogo i sogni diventeranno realtà

“Mensagem” (Messaggio) è il titolo dell’unica raccolta di versi in lingua portoghese curata personalmente dal poeta: pubblicata nel 1934 ottiene un premio governativo di 5 mila escudos. L’opera comprende scritti di teologia, occultismo, filosofia, politica, economia nonchè altre discipline.

A seguito di una crisi epatica, causata presumibilmente dall’abuso di alcool, Fernando Pessoa muore in un ospedale di Lisbona il giorno 30 novembre 1935.

Pessoa canta la sua storia, quella che la coscienza sperimentava li, nel tempo e in quel corpo, in quello strumento musicale così fine e sensibile, che cantava questi versi immortali perché di sé riusciva ì a cantare.

Come Dante, o Rilke, ed ogni grande, chi canta l’immortalità canta in poesia, del vero sé che non si può cantare se non o così, narra la verità del mistero con immagini ai confini dell’oblio e del non senso, di mnemosine e del musicista pazzo.

Una caratteristica di chi si è perso e ritrovato diverso, del Sé illuso che si è svegliato, è raccontare il non senso delle cose, il mistero delle cose, il non essere della persona, la morte nella vita, il caldo amore fuso di tute le cose tra loro, la loro trepida caducità e bellezza, ed insieme la siderale freddezza ed immobilità del creato.

Percorreremo alcuni versi di questo grande per tratteggiare l’esperienza che molti attraversano in questo risveglio.

Chi come Pessoa è riuscito ad attraversare, a farne qualcosa di artistico, a dare voce, e chi non ce l’ha fatta, ed è rimasto a metà, o addirittura è tornato indietro, scornato e sconfitto, vincitore della perdizione.

Questi sono morti e non morti, una tragedia nella commedia, anche per loro va bene cosi, per la vita, ma non per loro.

Un esempio della prima serie è in questo breve scritto Pessoa, e della seconda serie Sa Carnero. Vediamo come dicono.

Pessoa dice di se: quando ero un altro,

come ci fosse un chiaro prima e un chiaro dopo del risveglio.

Manifesta disorientamento ma con stupore, come di una cosa superiore, della perdita di significato ma come una cosa positiva, raggiunta, sempre stata anzi, con cui sta in pace.

C’è sempre un senso di estraniamento, che deriva da questo stato di coscienza mutato irreversibilmente. Una depersonalizzazione, io non ci sono più, e una derealizzazione, il mondo è cambiato, non c’è più, quello che c’era prima, non c’è ..

 

1. La terra desolata, il confine di sé

 

Non sono nulla

Non sono nulla, non posso nulla, / non perseguo nulla.
Illuso, porto il mio essere con me.
Non so di comprendere,/ né so se devo essere,/ niente essendo, ciò che sarò.


Aver ragione, vincere, possedere l’amore/ marcisce sul morto tronco dell’illusione.
Sognare è niente e non sapere è vano.

Anniversario:3

...quello che fui di supposto per me stesso,

Com’è lontano!… (Nemmeno l’eco…)/ Il tempo in cui festeggiavano il giorno del mio compleanno!

Ciò che oggi sono è come l’umidità nel corridoio in fondo alla casa,
che provoca muffa nelle pareti…

Nulla mi lega a nulla

Nulla mi lega a nulla.

Bramo con un’angoscia di fame di carne /quel che non so cosa sia –
definitamente l’indefinito…


Non c’è nel vicolo trovato il numero di porta che mi hanno dato.
Mi sono svegliato alla stessa vita a cui mi ero addormentato.

Non so quale destino o futuro .. No, non so né questo né altro né niente…
4

Stanchezza5

Quello che c’è in me è soprattutto stanchezza/ non di questo o di quello
e neppure di tutto o di niente: / stanchezza semplicemente, in sé,/ stanchezza.

Licantropia

In qualche luogo i sogni diventeranno realtà.

L’abisso

Tra me e la mia coscienza/ c’ è un abisso
nel cui fondo invisibile scorre/ il rumore di un fiume lontano dai soli,

il cui suono reale è cupo e freddo

Il mio ascoltare è diventato il mio vedere/ quel sommerso fiume senza luogo.

Una temibile realtà appartiene /a quel fiume di mute, astratte canzoni
che parlano della non realtà / del suo andare verso nessun mare.

Ecco! Con gli occhi del mio sognato sentire/ io sento il non visto fiume trasportare/ verso dove non va tutte le cose/ di cui è fatto il mio pensiero – il Pensiero/ in Sé, e il Mondo, e Dio, che/ fluttuano in quell’impossibile fiume.

L’Altrove

Andiamo via, creatura mia,/ via verso l’Altrove.
Lì ci sono giorni sempre miti/ e campi sempre belli.

La luna che splende su chi / là vaga contento e libero
ha intessuto la sua luce con le tenebre
dell’immortalità.

Lì si incominciano a vedere le cose,

Non abbiamo bisogno di una nave, creatura mia, /ma delle nostre speranze finché saranno ancora belle,/ non di rematori, ma di sfrenate fantasie.

Oh, andiamo a cercare l’Altrove

Il violinista pazzo


Egli apparve all’improvviso nel sentiero,/ tutti uscirono ad ascoltarlo,
all’improvviso se ne andò, e invano/ sperarono di rivederlo.
La sua strana musica infuse / in ogni cuore un desiderio di libertà.
…. essi/ sentirono una risposta a questo suono.
Risposta a quel desiderio/ che ognuno ha nel proprio seno,
il senso perduto che appartiene/ alla ricerca dimenticata.
Tuttavia, quando la tristezza di vivere,/ poiché la vita non è voluta,
ritorna nell’ora dei sogni,/ col senso della sua freddezza,
improvvisamente ciascuno ricorda –/ risplendente come la luna nuova
dove il sogno-vita diventa cenere –/ la melodia del violinista pazzo.

Ho pena delle stelle


Non ci sarà una stanchezza/ delle cose,
di tutte le cose, /come delle gambe o di un braccio?
Una stanchezza di esistere, /di essere,
solo di essere, /
l’essere triste lume o un sorriso…
Non ci sarà dunque, /per le cose che sono,
non la morte, bensì / un’altra specie di fine,
o una grande ragione:/ qualcosa così, come un perdono
?

Non sto pensando a niente

Non sto pensando a niente, /e questa cosa centrale,

che a sua volta non è niente, /mi è gradita come l’aria notturna,
fresca in confronto all’estate calda del giorno.

Che bello, non sto pensando a niente!

Non pensare a niente /è avere l’anima propria e intera.
Non pensare a niente / è vivere intimamente /il flusso e riflusso della vita…

Magnificat

Quando passerà questa notte interna, l’universo,
e io, l’anima mia, avrò il mio giorno?
Quando mi desterò dall’essere desto?

Non so. Il sole brilla alto:

Quando finirà questo dramma senza teatro, /o questo teatro senza dramma, /e potrò tornare a casa?
Dove? Come? Quando?
Gatto che mi fissi con occhi di vita,/ chi hai là in fondo?
Si, sì, è lui!


Questo

Dicon che fingo o mento /quanto io scrivo. No:
semplicemente sento /con l’immaginazione,
non uso il sentimento.

Quanto traverso o sogno,/ quanto finisce o manco
è come una terrazza/ che dà su un’altra cosa.

É questa cosa che è bella.

Così, scrivo in mezzo/ a quanto vicino non è

La morte è la curva della strada

La morte è la curva della strada, / morire è solo non essere visto.
Se ascolto, sento i tuoi passi / esistere come io esisto.
La terra è fatta di cielo. /Non ha nido la menzogna.
Mai nessuno s’è smarrito. / Tutto è verità e passaggio.

Le isole fortunate

Quale voce viene sul suono delle onde /che non è la voce del mare?
È la voce di qualcuno che ci parla, /ma che, se ascoltiamo, tace,

proprio per esserci messi ad ascoltare.
E solo se, mezzo addormentati, /udiamo senza sapere che udiamo,
essa ci parla della speranza /
verso la quale, come un bambino
che dorme, dormendo sorridiamo.

Tra il sonno e il sogno

Tra il sonno e il sogno /tra me e colui che in me
è colui che suppongo, / scorre un fiume interminato.

È passato per altre rive, / sempre nuove più in là,
nei diversi itinerari / che ogni fiume percorre.
È giunto dove oggi abito / la casa che oggi sono.
Passa, se io medito; / se mi desto, è passato.

E colui che mi sento e muore / in quel che mi lega a me
dorme dove il fiume scorre – / questo fiume interminato.

Altri avranno / un focolare, qualcuno che sappia, amore, pace, un amico.
L’intera, nera e fredda solitudine / mi accompagna.
Per altri forse / vi è qualcosa di caloroso, eguale, affine
nel mondo reale. Il mio turno / mai arriva.

Questo, fino a quando? / Solo mi consola
l’avere gli occhi che si vanno all’oscurità / abituando.6


Contemplo il lago silenzioso / che la brezza fa rabbrividire.
Non so se penso a tutto / o se tutto mi dimentica.
Nulla il lago mi dice /
né la brezza cullandolo.
Non so se sono felice / né se desidero esserlo.
Tremuli solchi sorridono / sull’acqua addormentata.
Perché ho fatto dei sogni / la mia unica vita?

Tre estratti dalle ”Odi di Ricardo Reis”7

1

Quel che pensiamo, sia amore o dei, / passa, perché passiamo.”

2
“Non so di chi ricordo il mio passato / che altro fui quando fui, né mi conosco / come se con la mia anima sentissi / quell’anima che nel sentire ricordo. // Da un giorno all’altro ci lasciamo. / Nulla di vero a noi ci unisce:
siamo chi siamo, e chi siamo stati fu / cosa vista di dentro
.”

3

Il mondo esterno chiaramente vedo: / cose, uomini, senz’anima.”

……
No: non voglio nulla.

Se avete la verità, tenetevela!
..
A parte questo sono pazzo, con tutto il diritto di esserlo.
Con tutto il diritto di esserlo, capito?

Non m’attardo, che io non m’attardo mai…
E finché s’attardano l’Abisso e il Silenzio voglio stare solo!

Spero? No. / Dovrei Sperare? / Non lo so. Perché esisto lo ignoro,
Voglio dormire e dimenticare. / Se solo ci fosse un balsamo per l’anima
Capace di calmarla, / Condurla in una sorta di pace
….

Sogno

Perdevamo lo spirito / del nostro quieto essere noi stessi.
Eravamo liberi come fate, / non avendo da ereditare / niente dall’essere.


Lì per un pò conquisteremo / l’inafferrabilità dell’io / che non si può mai ottenere.

Episodio

Qualunque cosa sogniamo, / ogni sogno è realtà.
Tutto quel che appare, / Dio lo fa visibile
e dunque è / reale come ogni cosa.

Tutto ciò che desideriamo, / lo otteniamo altrove,
ora, sempre ora, e qui / siamo ricchi dell’al di là.
Nel nostro sentirci io / autodiscerniamo Dio.


Perché dunque queste pene, / quest’inquietudine …
Perché tutto questo, perché, / se tutto è incerto?

Poco importa da dove la brezza…

Poco importa da dove la brezza / trae l’aroma che in essa viene.
Il cuore non ha bisogno di sapere cos’è il bene.

Chi sono, perché il mondo si perda / dietro quel che penso sognando?
Se mi avvolge la melodia / solo il suo avvolgermi io vivo…

Guardando il Tago

….

Ma, di tutto questo, è reale / solo la mia anima, la sera, il molo
e, ombra del mio sogno di tutto, / il dolore di un nuovo dolore in me.”

Va’: non hai niente da perdonare


Sognare è meglio che vivere./

Ma vedrà il sorgere del sole / colui che lascia ogni cosa incompiuta;

il cui pensiero si allontana dal dover pensare / come il sostituirsi di una maschera.

Sono pallido e tremo


Oh, parlami! Svengo! / Cede in me il dominio sulla vita!

Io sono uno spirito lontano, perfino / nel luogo sentito di me stesso.
O fiume troppo sereno / per la mia tranquillità!

O mal di vivere! / O tristezza per un qualcosa!
….

Dice di se: quando ero un altro,

come ci fosse un chiaro prima e un chiaro dopo del risveglio.

Manifesta disorientamento ma con stupore, come di una cosa superiore, della perdita di significato ma come una cosa positiva, raggiunta, sempre stata anzi, con cui sta in pace.

Vedi la poesia: Tu, mistico.8

Tu, mistico, vedi un significato in tutte le cose.

Per te tutto ha un senso arcano.

C’è qualcosa di occulto in tutto ciò che vedi.

Quello che vedi, lo vedi sempre per vederci un’altra cosa..

Io, che gli occhi li ho soltanto per vedere,

vedo assenza di significato in tutte le cose.

vedo questo e mi amo, perché essere una cosa vuol dire non significare nulla.

Essere una cosa vuol dire non essere suscettibile di interpretazione.

Il mistero delle cose.

Il mistero delle cose, dov’è?

Dov’è, visto che non si manifesta

nemmeno per mostrarci che è mistero?

Cosa sa il fiume, e cosa sa l’albero,

e io, che non sono più di loro, che cosa ne so?

Ogni volta che guardo le cose e penso a ciò che di esse pensano gli uomini,

rido come un torrente che risuona fresco su una pietra.

Perché l’unico senso occulto delle cose

è che esse non hanno alcun senso occulto,

ed è più strano di qualsiasi stranezza

e dei sogni di tutti i poeti

e dei pensieri di tutti i filosofi,

che le cose siano realmente quello che sembrano

e che non ci sia nulla da comprendere

Dì, ecco ciò che i miei sensi hanno appreso da soli:

le cose non hanno un significato: hanno esistenza.

Le cose sono l’unico senso occulto delle cose. 9

Le cose


“Come mai le cose aprono le ali  perchè io passi?
Ho paura di passare tra loro, così tranquille e coscienti.
Ho paura di lasciarle dietro di me che si tolgono la  Maschera….”


Chi vede

“Di chi è lo sguardo, / che scruta per i miei occhi?
Quando penso di vedere, / chi continua a vedere,
mentre sto a pensare?….”


Sentieri


“qualunque sentiero porta in ogni luogo,

qualunque sentiero in qualunque punto  in due si divide
e uno conduce dove segna la strada, / l’altro è solo…..”

Da “tabaccheria”:

Non sono niente. / Non sarò mai niente.
Non posso voler essere niente.
A parte questo, ho in me tutti i sogni del mondo.

Con il mistero delle cose sotto alle pietre e agli esseri,
Con la morte che porta umidità nelle pareti e capelli bianchi negli uomini,
Con il Destino che guida il carretto di tutto sulla strada di niente.
Oggi sono vinto, come se sapessi la verità.
Oggi sono lucido, come se stessi per morire,
E non avessi altra fratellanza con le cose
Che un commiato

Oggi sono perplesso, come chi ha pensato e creduto e dimenticato.
Oggi sono diviso tra la lealtà che devo
Alla Tabaccheria dall’altra parte della strada, come cosa reale dal di fuori,
E alla sensazione che tutto è sogno, come cosa reale dal di dentro.
Sono fallito in tutto.
Ma visto che non avevo nessun proposito, forse tutto è stato niente.
Dall’insegnamento che mi hanno impartito,
Sono sceso
attraverso la finestra sul retro della casa.

Altrove dice:

La mia anima è semplice e non pensa.

Il mio misticismo è non voler sapere.
E’ vivere e non pensarci.

Non so cos’è la Natura: la canto.

Se a volte dico che i fiori sorridono / E se dicessi che i fiumi cantano,
Non è perché io pensi che ci sono sorrisi nei fiori / E canti nello scorrere dei fiumi…
E’ perché così faccio sentire di più agli uomini falsi / L’esistenza veramente reale dei fiori e dei fiumi.

Passa una farfalla davanti a me
E per la prima volta nell’Universo mi accorgo
Che le farfalle non hanno colore né movimento,
Così come i fiori non hanno profumo né colore.
E’ il colore che ha colore nelle ali della farfalla
,
Nel movimento della farfalla è il movimento che si muove.
E’ il profumo che ha profumo nel profumo del fiore.
La farfalla è solo farfalla / E il fiore è solo fiore.

XLII

Passò la diligenza per la strada, e se ne andò;
E la strada non divenne più bella, e neppure più brutta.
Così è l’azione umana, fuori, nel mondo.
Nulla prendiamo e nulla poniamo; passiamo e dimentichiamo;
E il sole è sempre puntuale tutti i giorni.

Credo al mondo come a una margherita, / perché lo vedo. Ma non penso ad esso, // perché pensare è non capire
Il Mondo non si è fatto perché noi pensiamo a lui, / (pensare è un’infermità degli occhi) / ma per guardarlo ed essere in armonia con esso…

Il mio sguardo è nitido come un girasole :

Io non ho filosofia: ho sensi. / Se parlo della Natura, non è perché sappia ciò che è, / ma perché l’amo, e l’amo per questo
perché chi ama non sa mai quello che ama, / né sa perché ama, né cosa sia amare… / Amare è l’eterna innocenza, / e l’unica innocenza è non pensare10

La morte è la curva della strada

No: non voglio nulla./ Ho già detto che non voglio nulla

Mario de sa Carneiro11

In queste poesie vediamo una posizione leggermente differente; è come se questo poeta canti la stessa condizione, ma dal punto di vista di chi non ce la fa ad attraversare completamente.

Forse non è così casuale che egli si sia tolta la vita piuttosto giovane, consapevole di questa difficoltà a morire a se stessi.

Quindi in questa parte parleremo di qualcuno che lo ha fatto solo in parte di morire, ed è tuttavia rimasto in parte vivente come identificazione personale.

E questo poeta così proprio questo manifesta, fa parlare quella parte vivente rimasta, e ci racconta il dolore di non essere morti, oppure visto da un altro punto di vista, ci racconta il dolore di dovere morire, che è la stessa cosa, ossia la sofferenza egoica.

Quasi:

un altro po di sole, e sarei brace/

un altro po di blu, e sarei di la/

Per farcela mi è mancato un colpo d’ala… /

se almeno rimanessi al di qua…

Dispersione

Mi sono perso in me/ perche ero labirinto, /

e, oggi, quando mi sento/ provo nostalgia di me... ../

non ho smarrito la mia anima, /è ancora in me, smarrita.

Cosi piango della vita, / la morte della mia anima

La mia grane nostalgia/ è di ciò che mai ho trattenuto

e provo pena per me… / in fondo ciò che m’è mancato, cos’è?

Un vincolo, una traccia? Ahimè……. mi cala nell’anima un crepuscolo;

sono stato qualcuno che è scomparso. … / sarò, ma non sono piu me….

ho smarrito la morte e la vita, / e, seppure pazzo, non impazzisco … /

l’ora fugge, ormai vissuta, io la seguo, pur restando….

L’altro:

Io non sono io e non sono l’altro/ sono qualche cosa di intermedio:/

pilone del ponte di tedio/ che va da me all’Altro

Oltre Tedio12

Nulla mi muove ormai, nulla mi vive /ne la tristezza ne le liete ore….

come vorrei con l’anima mia oblita/ dormire in pace in un letto di ospedale.

1Da wikipedia ed altre informazioni in rete

2Si dice che questi altri poeti, trovandosi a parlare di lui sulla rivista creata da Pessoa, parlavano molto male di questo certo Pessoa come poeta.

315 ottobre 1929

Da: Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos, (a cura di Maria José de Lancastre, traduzione di Antonio Tabucchi), Adelphi, Milano 1993.

4Da: Fernando Pessoa, Lisbon revisited (1926) Poesie di Álvaro de Campos

5Da: Fernando Pessoa, Poesie di Álvaro de Campos

6(13 gennaio 1920 )

7Brani estratti da Odi di Ricardo Reis, La vita felice – Milano

8Tu, místico, vês uma significação em todas as coisas.

Tu, místico, vês uma significação em todas as coisas./para ti tudo tem um sentido velado. /Há uma coisa oculta em cada coisa que vês./ O que vês, vê-lo sempre para veres outra coisa./ Para mim graças a ter olhos só para ver,/Eu vejo ausência de significação em todas as coisas;/Vejo-o e amo-me, porque ser uma coisa é não significar nada./ Ser uma coisa é não ser susceptível de interpretação.

9 Da poemas inconjunctos: Alberto Caeiro

10[ Le poesie sono tratte da Fernando Pessoa, Poemi di Alberto Caeiro, Edizioni La Vita Felice, 2007]

11 Lisbona 19.5.1890, morto a Parigi 26 aprile 1916, suicida.

12(p 117).

Psichiatria transpersonale Intervista

https://www.facebook.com/intervisteestorie/videos/2267816166646551/?v=2267816166646551

Il significato segreto della Divina Commedia

1. Come è che non si capisce

Una profezia ai tempi di Dante diceva che la DC non sarebbe stata intesa veramente prima di sei secoli, ossia ai nostri tempi. Questo si riferiva forse al livello di coscienza nel 1300. Ma anche ai nostri giorni non riusciamo a capire bene, persino i nostri insegnanti alle superiori forse non la avevano ben capita e non ce la hanno fatta quindi troppo comprendere neanche a noi.

E’ esperienza comune che comprendere e vedere siano usati come sinonimi:

Espressioni comuni sono:

Si dice: Mi si è fatta notte, sono all’oscuro di tutto, non ci vedo chiaro, sono confuso.

Oppure: lei mia ha chiarito, lei è un luminare, mi si sono chiarite le idee, siamo fuori dal tunnel.

Il problema di fondo si potrebbe così riassumere:

“Abbiamo occhi e non vediamo, abbiamo orecchi e non sentiamo”.

La luce dei miei occhi, come si dice, il ben dell’intelletto, il lume di ragione, sono termini che impieghiamo per indicare cosa ci permette di vedere. In ebraico Dio è detto “ la luce senza fine della luce” (Aur ein sof aur)

L’inferno è il regno del buio, della profonda notte, che sempre nera fa la valle inferna.

Appena passata la porta, canto III, i due pellegrini si trovano in una regione sanza stelle; le stelle diverranno di nuovo visibili solo usciti dall’inferno, usciti dalla natural burella di nuovo in superficie:

Tanto ch’i’ vidi de le cose belle
che porta ’l ciel, per un pertugio tondo.
E quindi uscimmo a riveder le stelle”

Inf 34, vv 137-139.

Manca quindi la luce, per questo non si vede, capisce:


« Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto 

che tu vedrai le genti dolorose »

c’hanno perduto il ben de l’intelletto»1

(Inf. III, v. 16-18)

L’intelletto senza luce è buio, non trova la via, ti porta fuori strada, è follia.

La gente all’inferno non capisce più bene, non comprende la cosa fondamentale: ossia quale sia la origine della luce.

Confonde l’ego con il sé, crede di essere lui Dio, il creatore, mente invece la creatura, anceh la più bella, come è io caso di Lucifero, è solo un riflesso, una creatura.

Lucifero porta la luce, non è la luce; egli dice Io sono Dio, quando invece questa è una illusione foriera di sofferenza.

Tuttavia pare che la situazione non sia così tragica se Virgilio sorride, e lo prende per mano:

e poi che la sua mano alla mia pose

con lieto volto ond’io mi confortai

mi mise dentro alle segrete cose”.

2. A buon intenditor poche parole

Nel buddismo si dice che i discepoli hanno diversa capacità di accogliere il messaggio del Maestro, di comprendere la via della liberazione.

Un insegnamento del Buddha così esponeva, in parafrasi:

Vi siano, O monaci, tre tipi di monaci che chiedono l’elemosina.

Un primo tipo di monaco lo fa porgendo la sua ciotola rivolta verso il basso; così egli non potrà raccogliere quello che gli viene offerto;

Un secondo tipo di monaco porge la sua ciotola rivolta in alto, ma essa è spaccata, e quel che gli vine offerto non viene trattenuto

Infine un terzo tipo di monaco offre la sua ciotola rivolta in alto, essa non è spaccata, ma è sporca, e quello che vi viene depositato si corrompe

Così il messaggio non arriva come è stato trasmesso.

E così chi trasmette, un Maestro saggio, applicherebbe il detto:

Se lo sai te lo dico, se non lo sai non te lo dico.

Oppure lo direbbe in maniera che lo possa intendere solo qualcuno che abbia già il livello per intenderlo, egli parlerebbe della verità in maniera velata.

Ad esempio Dante insiste sul fatto che ci siano altri significati più nascosti:

O voi ch’avete gli intelletti sani

mirate la dottrina che s’asconde

dietro il velame de li versi strani…

(Inferno IX, 61-63)

La parola ornata, il simbolo, sono belle immagini che per la loro bellezza trattengono presso la loro bellezza l’intelletto che non va oltre, ma sono veicolo e attrazione per chi può andare più a fondo , oltre la bella superficie, che in questo senso mente nel dire che è lei stessa la cosa da cercare;

il messaggio si avvale così di una bella menzogna, che serve ad attrarre ed a velare, nascosta verità.

3. A ben guardare

-Nella tradizione esoterica, per valutare il livello di evoluzione nelle pratiche spirituali di un adepto, gli si faceva leggere un testo al suo ingresso nella setta, dopo qualche tempo, ed alla fine del suo percorso. Se l’adepto stava crescendo spiritualmente lo si vedeva dal fatto che col passare del tempo egli trovava e comprendeva significati più profondi ed ulteriori nella scrittura.

Ogni cosa avrebbe quindi significati più profondi, che restano segreti sinché noi non siamo in grado di scorgere quella profondità, finché la nostra vista non è più profonda, più chiara.

-Nella Divina Commedia Dante ci spiega come la sua vista era andata crescendo, e per questa ragione lui era in grado di comprendere sempre di più.

Non perché più ch’un semplice sembiante

fosse nel vivo lume ch’io mirava,

che tal è sempre qual s’era davante;

ma per la vista che s’avvalorava

in me guardando, una sola parvenza,

mutandom’io, a me si travagliava.

Par, 33, vv 108-114

Infatti, se abbiamo occhi e non vediamo, ossia il difetto di vista sta nel vedere, non nella mancanza di luce all’esterno, ci troviamo nella condizione del detto:

E’ peggio che andar di notte”,

perché di notte se hai un lume puoi vedere, ma se non ci vedi sia con che senza lume non potrai vedere nulla. E’ quindi peggio essere ciechi che essere in condizione di carenza di luce, peggio ciechi che al buio, peggio incoscienti che in difficoltà.

3. Qualche esempio

-Ad esempio, prendiamo l’avvio delle favole:

C’era una volta in un lontano paese

Il tempo e il luogo della vicenda se ascoltiamo il senso letterale delle parole sembra spostato altrove, non qui non ora.

Ma se comprendiamo più a fondo cosa sia quella distanza di tempo e spazio, se siamo gia andati a quel paese, se siamo tornati nel paese interiore, si potrebbe invece intendere come la decrizione di ciò che accade in realtà qui ed ora; il lontano paese sei tu.

C’era una volta e ci sarà per sempre il tempo del presente.

Solo che noi siamo usciti ed andati lontano da noi stessi, e così dobbiamo immaginare un lungo viaggio di ritorno, ed un lungo tempo per percorrere questa via.

E come un pellegrino che va per una via che mai non fue, ed ogni casa che vede da lungi crede che sia l’albergo, ma quando giungevi vede che non è, ed allora dirizza gli occhi alla successiva casa, fino a che all’albergo viene, così l’anima nostra, che mai non fu per la via di questa via,  ogni cosa che vede avere in se alcun bene, verso lei si piega, e questo piegarsi è amore, ma poi vede che  non è giunta all’ultima salute, così si indirizza  a procedere oltre… fino a che a l’albergo viene “(parafrasi del testo del Convivio di Dante).

-Prendiamo un altro esempio, dal libro della Genesi:

Nel principio Dio creo’ il cielo e la terra;

Questo messaggio può essere inteso in senso letterale, come se fosse una indicazione temporale finita, tantissimo tempo fa, oppure possiamo intendere quel nel come una condizione di luogo , un posto non posto, la coscienza divina.

La scrittura parla poi di un giardino, l‘Eden,

al centro del quale era piantato l’albero della vita.

Ma dove sta questo giardino, dove è collocato?

Se andiamo oltre la interpretazione letterale, potremmo intendere che il giardino di cui si narra è dentro di noi,si tratta del giardino interiore; al centro di questo giardino sta l’albero della vita.

E proseguendo questa comprensione analogica, potremmo interpretare i fiori del giardino, i fiori dell’albero centrale, come i centri vitali del nostro corpo energetico, del corpo sottile, del corpo astrale: i chakra.

Ecco che allora quel lontano paese, il giardino, potrebbe essere un luogo interiore, nella nostra terra madre, il paradiso terrestre: esso si trova nel nostro corpo. E’ forse questo il senso della frase del Maestro: “ Il regno di Dio è dentro di voi?”

Una poesia Sufi recita:

Non andare al giardino dei fiori, non andare / In te è il giardino dei fiori, in te è il giardino dei fiori” .

4. I 4 livelli di comprensione

La tradizione ebraica (Talmud) insegna che :

Un tempo esisteva un giardino, guardato dalle quattro porte della conoscenza; soltanto tre saggi riuscirono ad penetrarvi, e di questi uno morì, uno impazzì, ed uno ritornò col volto splendente, come Mosè quando scese dal Sinai”

Il testo dice che il luogo dove avviene l’illuminazione, la trasformazione quella vera, totale, è lo stesso luogo dove si incontra la morte, e la follia.

Le quattro porte della conoscenza probabilmente si riferiscono ai 4 livelli di interpretazione della Torah, di ciascun verso della Bibbia, simboleggiati dalle quattro lettere che compongono la parola Pardes, PRDS:
פPshat (“semplice” – interpretazione letterale, ovvero il suo ovvio e diretto significato);
רRemez (interpretazione simbolico-metaforica, allegoria filosofica o morale in esso contenuta);
דDrash (interpretazione omiletica, ovvero gli antichi metodi rabbinici di interpretazione,);
סSod (“segreto” – interpretazione secondo il significato esoterico o qabbalistico).

Più precisamente, così riporta il Talmud (Chaghiga 14b):
“Cosi hanno insegnato i nostri saggi: quattro persone sono entrate nel Pardes ed erano:

Ben Azai, Ben Zoma, Acher e Rabbi Akiva.

-Rabbi Akiva disse loro: quando arriverete alle pietre di marmo bianco non dite: acqua! Acqua!, dato che è scritto: colui che dice menzogne non potrà stare davanti ai miei occhi.

-Ben Azai guardò e morì, e di lui il verso dice: preziosa agli occhi di Dio è la morte dei suoi pii.

-Ben Zoma guardò e rimase ferito, e di lui dice il verso: ha trovato miele, basta di mangiarne, o altrimenti ti sazierà al punto di vomitarlo. Acher si mise a tagliare i virgulti.

-Rabbi Akiva uscì in pace.”

Non puoi salvarti, se vuoi tutto devi rischiare tutto. Devi morire a questo mondo irreale , esteriore, proiettivo, e ritornare alla condizione originaria, allo stato primordiale. Devi ritrovare l’Uomo, l’uomo archetipico.

Questa posizione è anche quella di Dante nella Commedia.

Dante,nel presentare a Cangrande della Scala il suo Paradiso, spiega in una lettera che il testo ha quattro diversi livelli di interpretazione possibile:

Letterale, “da lo quale sempre si deve partire”,

-Morale,

-Allegorico,

-Anagogico o Sovrasenso.

Per esemplificare, egli cita il salmo n. 113 del salterio, “In exitu Israel de Aegipto”, ossia il salmo che narra della liberazione del popolo eletto dall’Egitto nel quale era vissuto in schiavitù per secoli.2

Vediamo così che il significato più profondo è incluso e nascosto in quello più superficiale, che il senso profondo è segreto, è secreto dalla profondità.

Non si dischiude, è chiuso a chiave: occorre una chiave. Occorre un passaggio, una password, una licenza, un livello di autorità, di potere, di coscienza per afferrarlo, altrimenti si nega a noi, non si passa.

-Orbene, un primo significato del salmo certamente sarà quello letterale, ossia il fatto che il testo narra dell’uscita fisica, storica, fisicamente effettivamente, realmente avvenuta nel mondo visibile, del popolo ebraico, in quel tempo lontano, per ritornare in Palestina. Ci si riferisce alla salvezza concreta del popolo ebraico e della sua cultura. Da lo letterale sempre si deve partire, dice Dante. Di tratta del periodo storico in cui il fatto avvenne.

-Un secondo significato è quello morale: l’uscita degli ebrei dall’Egitto significa la uscita dell’anima dal peccato, dell’uomo in generale (senza tempo e senza luogo specifico) che ritorna al vero Dio lasciando le false credenze, la adorazione degli dei falsi e bugiardi.

Il processo è simbolico, mentalmente possiamo immaginare, dirci per immagini, quale sia questo cammino psicologico e spirituale, astratto, che il testo ci racconta.

Ci si riferisce alla salvezza dell’anima in generale, non ad un periodo storico.

-Un significato allegorico fa corrispondere invece l’Egitto alla Chiesa di Roma, la quale tiene in oppressione e prigionia il popolo eletto dei veri credenti, gli spirituali, i fedeli d’amore.

Il testo nasconde le vere identità sotto la forma allegorica per cautela. Tuttavia, grazie alla allegoria, il poeta riesce a dire velatamente come nel suo tempo, il 1300, quella storia generale della Commedia raffiguri anche questioni precise sulle quali lui prende posizioni, giudizio, azione.

Dante si riferisce alla azione storica politica spirituale del movimento ideologico e politico di segno contrario al potere temporale della Chiesa,

-Tuttavia, il significato più segreto, e direi anche il più importante, è il significato anagogico, o spirituale, o sovrasenso : il significato direi alchemico della Commedia.

Considero questo il punto di vista da privilegiare nella lettura della Commedia perché è l’unico che veramente ci riguardi oggi tutti quanti, che ha trasceso il tempo, che è eterno e riguarda la nostra vita personale. Riguarda te adesso.

Da questo punto di vista, l’uscita di Israele dall’Egitto significherà la uscita dalla oppressione dell’oscurità, la rinascita della luce nella materia prima, nella coscienza, il risveglio, il ritorno al vero contatto con il divino dentro di noi, nel vaso alchemico del nostro corpo.

5. Conclusione

La lettura anagogica sembra proprio la principale chiave per intendere il messaggio di Dante.

Essa ci chiarisce il cammino che ciascun uomo in ogni tempo e luogo, insomma io adesso, può fare. Ci narra di come la materia piombo, pesante, ostacolante, possa divenire oro, luce, verità, gioia. Ci racconta la buona novella che ci promette che seguendo la giusta guida interiore, il cammino attraverso le stelle di dentro, i chakra, noi possiamo, deo concedente e con il giusto sforzo, giungere alla salvezza, all’Ultima salute. In questo senso Dante stesso scrive a Cangrande della Scala che scopo del suo lavoro era stato quello di “removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis” cioè “allontanare coloro che vivono in questo mondo dallo stato di miseria e condurli ad uno stato di felicità”.

Insomma, nella lettura spirituale si tratta della redenzione, della salvezza della materia, di come la bella coscienza, addormentata e tramortita nel bosco, possa giungere alla auto realizzazione.

1 Come dice il Filosofo, Aristotele, nel sesto de l’ Etica, quando dice che : ‘l vero è lo bene de lo intelletto» (Conv. II, XIII 6). La visione di Dio è per Dante il fine e la beatitudine dell’uomo, dalla quale i dannati sono esclusi.

Nel parlare comune si cita questa terzina in maniera inappropriata, come fosse “non ragionare più, avere perso la lucidità mentale”, anziche la condizione dei dannati che hanno perduto Dio.

2Israele era stato in Egitto dal 721 al 536 a.c., perché Giuseppe e i suoi fratelli erano  vissuti alla corte del Faraone.

Come mai non si capisce_

Il significato segreto della Divina Commedia

Dante e Beatrice

1. Come è che non si capisce

Una profezia ai tempi di Dante diceva che la DC non sarebbe stata intesa veramente prima di sei secoli, ossia ai nostri tempi. Questo si riferiva forse al livello di coscienza nel 1300. Ma anche ai nostri giorni non riusciamo a capire bene, persino i nostri insegnanti alle superiori forse non la avevano ben capita e non ce la hanno fatta quindi troppo comprendere neanche a noi.

E’ esperienza comune che comprendere e vedere siano usati come sinonimi:

Espressioni comuni sono:

Si dice: Mi si è fatta notte, sono all’oscuro di tutto, non ci vedo chiaro, sono confuso.

Oppure: lei mia ha chiarito le idee, mi ha aperto gli occhi; lei è un luminare, mi si è fatto giorno, mi si è snebbiato il cervello, siamo fuori dal tunnel…

Il problema di fondo si potrebbe così riassumere:

“Abbiamo occhi e non vediamo, abbiamo orecchi e non sentiamo”.

La luce dei miei occhi, come si dice, il ben dell’intelletto, il lume di ragione, sono termini che impieghiamo per indicare cosa ci permette di vedere. In ebraico Dio è detto “ la luce senza fine della luce” (Aur ein sof aur)

L’inferno è il regno del buio, della profonda notte, che sempre nera fa la valle inferna.

Appena passata la porta, canto III, i due pellegrini si trovano in una regione sanza stelle; le stelle diverranno di nuovo visibili solo usciti dall’inferno, usciti dalla natural burella di nuovo in superficie:

Tanto ch’i’ vidi de le cose belle/

che porta ’l ciel, per un pertugio tondo. /

E quindi uscimmo a riveder le stelle”

Inf 34, vv 137-139.

Manca quindi la luce, per questo non si vede, capisce:


« Noi siam venuti al loco ov’i’ t’ho detto 

che tu vedrai le genti dolorose »

c’hanno perduto il ben de l’intelletto»1

(Inf. III, v. 16-18)

L’intelletto senza luce è buio, non trova la via, ti porta fuori strada, è follia.

La gente all’inferno non capisce più bene, non comprende la cosa fondamentale: ossia quale sia la origine della luce.

Confonde l’ego con il sé, crede di essere lui Dio, il creatore, mente invece la creatura, anceh la più bella, come è io caso di Lucifero, è solo un riflesso, una creatura.

Lucifero porta la luce, non è la luce; egli dice Io sono Dio, quando invece questa è una illusione foriera di sofferenza.

Tuttavia pare che la situazione non sia così tragica se Virgilio sorride, e lo prende per mano:

e poi che la sua mano alla mia pose

con lieto volto ond’io mi confortai

mi mise dentro alle segrete cose”.

2. A buon intenditor poche parole

Nel buddismo si dice che i discepoli hanno diversa capacità di accogliere il messaggio del Maestro, di comprendere la via della liberazione.

Un insegnamento del Buddha così esponeva, in parafrasi:

Così il messaggio non arriva come è stato trasmesso.

Vi siano, O monaci, tre tipi di monaci che chiedono l’elemosina.

Un primo tipo di monaco lo fa porgendo la sua ciotola rivolta verso il basso; così egli non potrà raccogliere quello che gli viene offerto;

Un secondo tipo di monaco porge la sua ciotola rivolta in alto, ma essa è spaccata, e quel che gli vine offerto non viene trattenuto

Infine un terzo tipo di monaco offre la sua ciotola rivolta in alto, essa non è spaccata, ma è sporca, e quello che vi viene depositato si corrompe

E così chi trasmette, un Maestro saggio, applicherebbe il detto:

“Se lo sai te lo dico, se non lo sai non te lo dico”.

Oppure lo direbbe in maniera che lo possa intendere solo qualcuno che abbia già il livello per intenderlo, egli parlerebbe della verità in maniera velata.

Ad esempio Dante insiste sul fatto che ci siano altri significati più nascosti:

“O voi ch’avete gli intelletti sani

mirate la dottrina che s’asconde

dietro il velame de li versi strani…”

(Inferno IX, 61-63)

La parola ornata, il simbolo, sono belle immagini che per la loro bellezza trattengono presso la loro bellezza l’intelletto che non va oltre, ma sono veicolo e attrazione per chi può andare più a fondo , oltre la bella superficie, che in questo senso mente nel dire che è lei stessa la cosa da cercare;

il messaggio si avvale così di una bella menzogna, che serve ad attrarre ed a velare, nascosta verità.

3. A ben guardare

-Nella tradizione esoterica, per valutare il livello di evoluzione nelle pratiche spirituali di un adepto, gli si faceva leggere un testo al suo ingresso nella setta, dopo qualche tempo, ed alla fine del suo percorso. Se l’adepto stava crescendo spiritualmente lo si vedeva dal fatto che col passare del tempo egli trovava e comprendeva significati più profondi ed ulteriori nella scrittura.

Ogni cosa avrebbe quindi significati più profondi, che restano segreti sinché noi non siamo in grado di scorgere quella profondità, finché la nostra vista non è più profonda, più chiara.

-Nella Divina Commedia Dante ci spiega come la sua vista era andata crescendo, e per questa ragione lui era in grado di comprendere sempre di più.

Non perché più ch’un semplice sembiante

fosse nel vivo lume ch’io mirava,

che tal è sempre qual s’era davante;

ma per la vista che s’avvalorava

in me guardando, una sola parvenza,

mutandom’io, a me si travagliava.

Par, 33, vv 108-114

Infatti, se abbiamo occhi e non vediamo, ossia il difetto di vista sta nel vedere, non nella mancanza di luce all’esterno, ci troviamo nella condizione del detto:

E’ peggio che andar di notte”,

perché di notte se hai un lume puoi vedere, ma se non ci vedi sia con che senza lume non potrai vedere nulla. E’ quindi peggio essere ciechi che essere in condizione di carenza di luce, peggio ciechi che al buio, peggio incoscienti che in difficoltà.

3. Qualche esempio

-Ad esempio, prendiamo l’avvio delle favole:

C’era una volta in un lontano paese

Il tempo e il luogo della vicenda se ascoltiamo il senso letterale delle parole sembra spostato altrove, non qui non ora.

Ma se comprendiamo più a fondo cosa sia quella distanza di tempo e spazio, se siamo gia andati a quel paese, se siamo tornati nel paese interiore, si potrebbe invece intendere come la decrizione di ciò che accade in realtà qui ed ora; il lontano paese sei tu.

C’era una volta e ci sarà per sempre il tempo del presente.

Solo che noi siamo usciti ed andati lontano da noi stessi, e così dobbiamo immaginare un lungo viaggio di ritorno, ed un lungo tempo per percorrere questa via.

E come un pellegrino che va per una via che mai non fue, ed ogni casa che vede da lungi crede che sia l’albergo, ma quando giungevi vede che non è, ed allora dirizza gli occhi alla successiva casa, fino a che all’albergo viene, così l’anima nostra, che mai non fu per la via di questa via,  ogni cosa che vede avere in se alcun bene, verso lei si piega, e questo piegarsi è amore, ma poi vede che  non è giunta all’ultima salute, così si indirizza  a procedere oltre… fino a che a l’albergo viene “

(parafrasi del testo del Convivio di Dante).

-Prendiamo un altro esempio, dal libro della Genesi:

Nel principio Dio creo’ il cielo e la terra;

Questo messaggio può essere inteso in senso letterale, come se fosse una indicazione temporale finita, tantissimo tempo fa, oppure possiamo intendere quel nel come una condizione di luogo , un posto non posto, la coscienza divina.

La scrittura parla poi di un giardino, l‘Eden,

al centro del quale era piantato l’albero della vita.

Ma dove sta questo giardino, dove è collocato?

Se andiamo oltre la interpretazione letterale, potremmo intendere che il giardino di cui si narra è dentro di noi,si tratta del giardino interiore; al centro di questo giardino sta l’albero della vita.

E proseguendo questa comprensione analogica, potremmo interpretare i fiori del giardino, i fiori dell’albero centrale, come i centri vitali del nostro corpo energetico, del corpo sottile, del corpo astrale: i chakra.

Ecco che allora quel lontano paese, il giardino, potrebbe essere un luogo interiore, nella nostra terra madre, il paradiso terrestre: esso si trova nel nostro corpo. E’ forse questo il senso della frase del Maestro: “ Il regno di Dio è dentro di voi?”

Una poesia Sufi recita:

Non andare al giardino dei fiori, non andare / In te è il giardino dei fiori, in te è il giardino dei fiori” .

4. I 4 livelli di comprensione

La tradizione ebraica (Talmud) insegna che :

Un tempo esisteva un giardino, guardato dalle quattro porte della conoscenza; soltanto tre saggi riuscirono ad penetrarvi, e di questi uno morì, uno impazzì, ed uno ritornò col volto splendente, come Mosè quando scese dal Sinai”

Il testo dice che il luogo dove avviene l’illuminazione, la trasformazione quella vera, totale, è lo stesso luogo dove si incontra la morte, e la follia.

Le quattro porte della conoscenza probabilmente si riferiscono ai 4 livelli di interpretazione della Torah, di ciascun verso della Bibbia, simboleggiati dalle quattro lettere che compongono la parola Pardes, PRDS:
פPshat (“semplice” – interpretazione letterale, ovvero il suo ovvio e diretto significato);
רRemez (interpretazione simbolico-metaforica, allegoria filosofica o morale in esso contenuta);
דDrash (interpretazione omiletica, ovvero gli antichi metodi rabbinici di interpretazione,);
סSod (“segreto” – interpretazione secondo il significato esoterico o qabbalistico).

Più precisamente, così riporta il Talmud (Chaghiga 14b):
“Cosi hanno insegnato i nostri saggi: quattro persone sono entrate nel Pardes ed erano:

Ben Azai, Ben Zoma, Acher e Rabbi Akiva.

-Rabbi Akiva disse loro: quando arriverete alle pietre di marmo bianco non dite: acqua! Acqua!, dato che è scritto: colui che dice menzogne non potrà stare davanti ai miei occhi.

-Ben Azai guardò e morì, e di lui il verso dice: preziosa agli occhi di Dio è la morte dei suoi pii.

-Ben Zoma guardò e rimase ferito, e di lui dice il verso: ha trovato miele, basta di mangiarne, o altrimenti ti sazierà al punto di vomitarlo. Acher si mise a tagliare i virgulti.

-Rabbi Akiva uscì in pace.”

Non puoi salvarti, se vuoi tutto devi rischiare tutto. Devi morire a questo mondo irreale , esteriore, proiettivo, e ritornare alla condizione originaria, allo stato primordiale. Devi ritrovare l’Uomo, l’uomo archetipico.

Questa posizione è anche quella di Dante nella Commedia.

Dante,nel presentare a Cangrande della Scala il suo Paradiso, spiega in una lettera che il testo ha quattro diversi livelli di interpretazione possibile:

Letterale, “da lo quale sempre si deve partire”,

-Morale,

-Allegorico,

-Anagogico o Sovrasenso.

Per esemplificare, egli cita il salmo n. 113 del salterio, “In exitu Israel de Aegipto”, ossia il salmo che narra della liberazione del popolo eletto dall’Egitto nel quale era vissuto in schiavitù per secoli.2

Vediamo così che il significato più profondo è incluso e nascosto in quello più superficiale, che il senso profondo è segreto, è secreto dalla profondità.

Non si dischiude, è chiuso a chiave: occorre una chiave. Occorre un passaggio, una password, una licenza, un livello di autorità, di potere, di coscienza per afferrarlo, altrimenti si nega a noi, non si passa.

-Orbene, un primo significato del salmo certamente sarà quello letterale, ossia il fatto che il testo narra dell’uscita fisica, storica, fisicamente effettivamente, realmente avvenuta nel mondo visibile, del popolo ebraico, in quel tempo lontano, per ritornare in Palestina. Ci si riferisce alla salvezza concreta del popolo ebraico e della sua cultura. Da lo letterale sempre si deve partire, dice Dante. Di tratta del periodo storico in cui il fatto avvenne.

-Un secondo significato è quello morale: l’uscita degli ebrei dall’Egitto significa la uscita dell’anima dal peccato, dell’uomo in generale (senza tempo e senza luogo specifico) che ritorna al vero Dio lasciando le false credenze, la adorazione degli dei falsi e bugiardi.

Il processo è simbolico, mentalmente possiamo immaginare, dirci per immagini, quale sia questo cammino psicologico e spirituale, astratto, che il testo ci racconta.

Ci si riferisce alla salvezza dell’anima in generale, non ad un periodo storico.

-Un significato allegorico fa corrispondere invece l’Egitto alla Chiesa di Roma, la quale tiene in oppressione e prigionia il popolo eletto dei veri credenti, gli spirituali, i fedeli d’amore.

Il testo nasconde le vere identità sotto la forma allegorica per cautela. Tuttavia, grazie alla allegoria, il poeta riesce a dire velatamente come nel suo tempo, il 1300, quella storia generale della Commedia raffiguri anche questioni precise sulle quali lui prende posizioni, giudizio, azione.

Dante si riferisce alla azione storica politica spirituale del movimento ideologico e politico di segno contrario al potere temporale della Chiesa,

-Tuttavia, il significato più segreto, e direi anche il più importante, è il significato anagogico, o spirituale, o sovrasenso : il significato direi alchemico della Commedia.

Considero questo il punto di vista da privilegiare nella lettura della Commedia perché è l’unico che veramente ci riguardi oggi tutti quanti, che ha trasceso il tempo, che è eterno e riguarda la nostra vita personale. Riguarda te adesso.

Da questo punto di vista, l’uscita di Israele dall’Egitto significherà la uscita dalla oppressione dell’oscurità, la rinascita della luce nella materia prima, nella coscienza, il risveglio, il ritorno al vero contatto con il divino dentro di noi, nel vaso alchemico del nostro corpo.

5. Conclusione

La lettura anagogica sembra proprio la principale chiave per intendere il messaggio di Dante.

Essa ci chiarisce il cammino che ciascun uomo in ogni tempo e luogo, insomma io adesso, può fare. Ci narra di come la materia piombo, pesante, ostacolante, possa divenire oro, luce, verità, gioia. Ci racconta la buona novella che ci promette che seguendo la giusta guida interiore, il cammino attraverso le stelle di dentro, i chakra, noi possiamo, deo concedente e con il giusto sforzo, giungere alla salvezza, all’Ultima salute. In questo senso Dante stesso scrive a Cangrande della Scala che scopo del suo lavoro era stato quello di “removere viventes in hac vita de statu miserie et perducere ad statum felicitatis” cioè “allontanare coloro che vivono in questo mondo dallo stato di miseria e condurli ad uno stato di felicità”.

Insomma, nella lettura spirituale si tratta della redenzione, della salvezza della materia, di come la bella coscienza, addormentata e tramortita nel bosco, possa giungere alla auto realizzazione.

1 Come dice il Filosofo, Aristotele, nel sesto de l’ Etica, quando dice che : ‘l vero è lo bene de lo intelletto» (Conv. II, XIII 6). La visione di Dio è per Dante il fine e la beatitudine dell’uomo, dalla quale i dannati sono esclusi.

Nel parlare comune si cita questa terzina in maniera inappropriata, come fosse “non ragionare più, avere perso la lucidità mentale”, anziche la condizione dei dannati che hanno perduto Dio.

2Israele era stato in Egitto dal 721 al 536 a.c., perché Giuseppe e i suoi fratelli erano  vissuti alla corte del Faraone.

Psicosi o risveglio

In questi ultimi mesi sto ascoltando molto materiale disponibile sulla rete riguardo lo sviluppo che la psicologia e la psichiatria transpersonale possono portare, in particolare in Italia dove non c’è molto movimento a questo riguardo.

Si trovano interviste con personaggi impegnati ed attivi nel campo culturale e clinico che vorrei condividere con voi.

Ad esempio, sul sito Batgap.com, si trovano numerose interviste, ampie e profonde, su temi di spiritualità, sofferenza, coscienza e terapia. Un esempio, la intervista di piu di due ore a Ken Wilber, uno dei padri fondatori del movimento.

Ancora una intervista a Stanislav Grof, uno degli psichiatri che più si sono adoperati a cambiare il paradigma della psichiatria classica, https://batgap.com/stanislav-grof/

ed anche una intervista a Shakti, Caterina Maggi, http://conscious.tv/single.php?vid=5998426446001, una maestra italiana con molto materiale interessante sul suo sito,

Un altro esempio, conscious tv, un programma nel regno unito portato avanti dai coniugi McNay. dove troviamo anche una sezione sulla guarigione.

Un personaggio che ho ascoltato su y ou tube e sul suo sito e che ho trovato molto interessante è Scion Blackwell, che racconta sia della sua personale esperienza, in un libro che ha scritto, sulla differenza tra un episodio psicotico e una evoluzione spirituale; la sua storia lo ha portato a sviluppare un metodo di trattamento basato sulla respirazione olopropica come proposta da Stanislav Grof e sua moglie, modificato in un metodo chiamato bipolar breathwork. Sul suo sito, https://bipolarorwakingup.wordpress.com/ , o su you tube:

https://www.youtube.com/user/bipolarorwakingup

dove si trovano diversi video, in inglese purtroppo, brevi e chiari, su vari aspetti dei disturbi mentali visti da questa ottica diversa.

Vorrei con questi posts invitare chi è interessato ad esplorare meglio questo sviluppo, e pubblicherò ulteriori note sulle mie ricerche.

Introduzione

Come tutti sanno, la Divina Commedia, scritta da Dante Alighieri nel 1300 è un testo in rima famosissimo e molto profondo, tanto che il suo significato è rimasto a lungo celato e misterioso anche agli studiosi nei secoli.

Una profezia sulla Commedia diceva che il suo significato sarebbe cominciato a divenire chiaro dopo sei secoli. Infatti, solo alla fine dell’800 e nello scorso secolo si sono avuti contributi che cercano di portare alla luce il significato spirituale, o anagogico o sovra senso di questo libro, “ il più grande libro scritto da un cristiano”, come ben dice Vittorio Sermonti nel suo bellissimo lavoro di commento.

In questo breve discorso, che non può e non vuole essere completo e troppo lungo, faremo una piccola collana di commenti, per illustrare appena il senso nascosto della Commedia, come viaggio in un aldilà che ci riguarda oggi tutti da vivi, un viaggio post mortem fatto in vita; un viaggio nell’aldilà ed un ritorno aldiqua.

Per aldilà si intenderà quindi qui non tanto e non solo la morte fisica che ci aspetta tutti, ma un aldilà riferito agli stati di coscienza ordinari che ci trattengono al di qua del velo del mistero.

Un velo sul quale il Maestro Dante ha dipinto per noi il bellissimo affresco della nostra vita in cammino, del cammin di nostra vita.

Come tutti sanno dalle scuole superiori, che sono riuscite a farci odiare questo testo sacro, la Commedia si divide in tre parti: il viaggio all’Inferno, nel profondo della terra, poi la salita del sacro monte del Purgatorio, ed infine la trasvolata mistica nei cieli del Paradiso.

Il viaggio simbolico

Questo viaggio può essere letto come un viaggio interiore, un viaggio simbolico, che si svolge per stadi successivi: riassumiamoli molto brevemente.

-Il viaggio inizia sprofondando con la guida di Virgilio, il Maestro, fino all’Inferno, al luogo inferiore, fino al centro della nostra terra, ossia di noi stessi.

I due incontrano anime dannate per sempre, inferno e Paradiso non sono nel divenire.

Ogni peccato viene conosciuto discendendo a sinistra, facile scendere difficile separarsi…. così, scendendo in contatto, conoscendo ogni deviazione della coscienza si invertirà la sua deviazione, rinunciando a Satana mano a mano che si scende sempre di più, fino a che giunti a lui si opererà concretamente e fisicamente una vera inversione al centro della terra per fuoriuscire dalla parte opposta; Dante e Virgilio ruoteranno di 180 gradi addosso a Lucifero, precisamente la regione sessuale del diavolo, ed inizieranno a risalire dall’altra parte fino alla superficie terrestre; questo avverrà per un cammino nascosto e naturale, che non si vede ma si sente, infino a che “per un pertugio tondo, alfine uscimmo a riveder le stelle”, sulla spiaggia del monte Purgatorio.

-Dalla piaggia del Purgatorio dove incontrano Catone, il guardiano del monte, ascenderanno per le sette balze del monte Purgatorio, passeranno delle soglie guardate dai sette angeli delle beatitudini, effettuando così una una purificazione per gradi o gradini, dell’asse cielo terra (il sacro monte). Gli spiriti purganti dialogano con Dante e attendono il completamento dell’espiazione della pena; nel Purgatorio esiste il tempo. Ad ogni balza, ad ogni virtù si accede con fatica, e si supera poi agevolmente.

Giunti in cima si troveranno nel Paradiso terrestre, ossia quel paradiso che sta in terra, (ricordiamo che la terra interiore siamo noi), dove incontreranno Beatrice, che dopo l’ultima purificazione sarà la nuova guida per proseguire il viaggio, Virgilio qui scompare.

-Infine Dante proseguirà il suo viaggio fuori dalla terra, nei cieli, sperimentando stati di coscienza ultra-terreni, ossia che sono oltre la nostra incarnazione fisica, nel Paradiso celeste.

Qui egli trasvolerà con Beatrice i sette pianeti del sistema solare, incontrando ancora spiriti rappresentativi di quelle qualificazioni, per giungere fino al settimo cielo, e così poi al cielo delle stelle fisse, e poi all’Empireo. Qui gli apparirà la radice del Paradiso celeste, il fiume di anime beate in forma di cerchio, di candida rosa.1

Nozioni di anatomia e fisiologia.

Paradiso significa letteralmente giardino, qui giardino interiore. Si tratta dell’Eden, il giardino dei fiori, il luogo originario, da cui proveniamo, da cui proviene la nostra coscienza.

Questo luogo infatti si colloca prima dell’illusione, dell’incantesimo, generato dalla mente; è lo stato originario, lo stato primordiale di cui parlano tute le tradizioni, ad esempio lo Dzog Chen e lo stato di Mahamudra del buddismo, o ancora la condizione di coscienza non divisa dell’Advaita Vedanta. L’Eden, la condizione che caratterizza l’essere umano prima di mangiare del frutto della divisione.

L’Eden è dentro di noi in questa visione: l’albero della vita coincide con la nostra struttura interiore, siamo noi, con la nostra colonna vertebrale astrale, con l’asse dei chakra. E’ roba dell’altro mondo, si parla del corpo sottile, del corpo astrale e dei corpi superiori. Il giardino dei fiori è dentro di noi (“il regno di Dio è dentro di voi”, dice Gesù), letteralmente nel nostro corpo, ecco quanto è vicino il Paradiso.


Ma la materia prima di cui siamo fatti, la prima materia degli alchimisti, non è pura, esiste un peccato già quando prendiamo su di noi questo corpo sottile e poi fisico, esiste un Dna spirituale che contiene il karma delle nostre vite precedenti; questo karma è depositato nel corpo sottile, nei chakra.

Così il cammin di nostra vita prevede questa tappa centrale di purgazione, di purificazione, dei chakra, per ripristinare il flusso tra cielo e terra del mondo interiore, per ridivenire interi. Siamo noi infatti che siamo usciti, che aspiriamo a ritornare.

Quindi questo asse del mondo, questa ascesa a gradini di purificazione viene descritto come un percorso progressivo lungo l’asse dei chakra della colonna vertebrale astrale, lo stesso cammino di cui ci parla lo yoga dell’oriente, dove peryoga o religione si intende questo ricongiungersi, unirsi alla propria meta, che è anche la nostra origine.

Il simbolismo di questo cammino a gradini distinti in sette qualità non è solo orientale ma anche occidentale; per fare solo alcuni esempi, il candelabro, la scala santa tra cielo terra, e persino la colonna dei nostri templi.

Il simbolo del caduceo, il Farmaco, indica compiutamente appunto l’operazione di guarigione della materia sottile e il ricongiungimento con la luce.

Un ulteriore passaggio a chiarire la anatomia, la struttura di questo percorso lo possiamo fare se equipariamo i chakra ai pianeti dell’astrologia. Vediamo così con Dante come il cammino tra le stelle, nelle stelle, non sia così esoterico e mentale quanto essenziale ed attuale, in corpore vili, e possiamo riconsiderare (cum sidera) questa sacra scienza come percorso alchemico verso la luce. Il cammino infernale e purgatoriale allora consiste proprio nel conoscere il karma e la sua radice, per poi purificarlo gradualmente nei chakra;questo consentirà poi di trasvolare da una stella ad una altra, come osserviamo in Paradiso appunto.

Ecco allora chiarito come il percorso a tappe nei tre regni corrisponda ad un lavoro del tutto attuale, ad una trasmutazione effettuato qui e adesso, nel proprio corpo sottile, nei chakra, trasmutazione delle energie interiori che ci abitano e ci costituiscono e che danno poi origine a tutto il nostro psichismo, alle proiezioni mentali e interpersonali, al nostro mondo soggettivo insomma.

Nozioni di Alchimia, ossia di patologia e terapia.

Se per chakra intendiamo le stelle di dentro, i pianeti dell’astrologia, ecco che questo viaggio interiore che dapprima si rivolge a scendere verso l’oscurità riguarda la conoscenza dell’ombra, la macchia, l’oscuramento delle stelle, dei chakra, del corpo sottile.


Nella prima fase, l’Opera al nero, la Nigredo, (come un sole che sia spento), si devono fare i conti con il principio oscurante la coscienza; questo oscuramento dipende da Lucifero, che possiamo identificare come il principio dell’attaccamento egoico. La cattiva volontà, la volontà di male, o malizia impedisce ogni trasmutazione, e va vista a tutti i livelli, in ogni caso specifico.

Successivamente, l’Opera al bianco, la Albedo (come un sole che albeggi), riguarda la rinuncia ad aderire a questo principio (rinunciare a Satana, ossia rinascita battesimale nell’acqua purificatrice); questa purificazione è un vero e proprio lavaggio del cervello, diciamo meglio dell’anima.

Il Purgatorio riguarda quindi la purificazione della materia sottile,2 la terapia dell’anima la vita dove esiste tempo e percorso, dove ci sono i pro e i contro, la lotta tra luce e tenebra residua, una volta operata la scelta della buona volontà.


Il terzo stadio, l’opera al rosso, la Rubedo, (come un sole che ormai sia forte e visibile), corrisponde allo sperimentare, ormai liberi da macchia e peso, la condizione originaria, diversificata nelle diverse stelle; nel Paradiso Dante percorre i cieli, le stelle (Sole, Luna, Mercurio, etc) ormai purificate.

Tali cieli gli appaiono, gli si manifestano con gli spiriti beati in essi contenuti provenendo e poi reimmergendosi nella condizione “Una”, quella della Candida Rosa, equivalente al settimo chakra, il fiore dai mille petali della tradizione yoga.

In questo luogo non luogo, ossia nello stato di pura coscienza in cui finalmente Dante si immerge alla fine del cammino, giunge al limite suo e di ciascuno: giunge al passaggio al senza forma, a Dio Padre. Questo sarà possibile per Grazia di Dio e per l’intermediazione di Maria, l’Immacolata, ossia senza macchia. Quando la materia è perfettamente pura consente completamente il passaggio della luce 3. Qui termina ogni forma mentale, ogni alta fantasia, si raggiunge, come dice il Buddha “il limite di possibile percettibilità”la ultima salute, la grande liberazione. Si raggiunge in via graduale il punto di origine, mi ritrovai, della via diretta.

Attualità dell’insegnamento eterno.

Accennato così molto brevemente al significato del viaggio nell’aldilà di Dante, comprendiamo come questa chiave di lettura ci interessi da vicino, noi uomini del 2000; siamo noi infatti che siamo interessati alla trasmutazione dal piombo all’oro della nostra materia.

La via graduale, riassunta nelle tre fasi dell’Opera, che il Maestro ci illustra con questa meravigliosa, divina scrittura, con questo insegnamento di poesia altissima4, ci riguarda oggi, non è cosa del 1300, non è cosa di un al di là della morte fisica; è al di là di tempo e spazio, è l’eterno cammin di nostra vita, è cosa da comprendere e vivere adesso qui.

La Divina Commedia scritta da Dante a Firenze nel 1300 riguarda la nostra esperienza del post mortem in vita qui , adesso.

E come artificio per parlare delle trasformazioni alchemiche dentro di noi adesso, di come si fa, per dove si passa, useremo il linguaggio simbolico delle immagini, incarnazione di vita storica e onirica, e seguiremo Dante e parleremo dell’esperienza dell’aldilà in ambito cristiano come il viaggio dell’anima guidato da una guida, un Maestro, uno psicopompo.

Note

L’articolo riproduce in buona parte  l’intervento che ho tenuto a Terni, il 10 Novembre 2012, in un Convegno aperto al pubblico, dal titolo:  “Dal libro egiziano dei morti al ghost whisperer. Le invisibili presenze e la vita oltre la morte”.   

Il convegno era organizzato dall’Accademia dei Filaleti “Città di Terni” (Centro studi e ricerche filosofico spirituali della Gr Delegaz Magistrale per la Città di Terni dell’Antico e Primitivo Rito di Memphis e Misraïm).